Tristram Potter Coffin. (a cura di).

MITI E LEGGENDE 04: Fantasmi.


Titolo originale: The Enchanted World 04: Ghosts. 1986
Traduzione e adattamento di: Rossella Armanasco.
1998 Hobby & Work Italiana Editrice, Bresso (MI).
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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In questa ricca collana viene presentata una lunga serie di miti e delle leggende pi o meno note e diffuse per la gioia di grandi e piccini.
In questo volume: La paura della morte, il velo di terrore che cela la nostra dipartita. Cosa ci aspetta oltre la soglia della vita? Il ritorno delle anime inquiete che reclamano vendetta per i torti patiti, alla ricerca della pace eterna.
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Il Curatore.
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Tristram Potter Coffin, Consulente capo della collana,  docente di inglese presso l'Universit della Pennsylvania ed esperto in letteratura popolare.
 autore di numerosi libri e di pi di 100 articoli.
Tra le sue opere pi note ricordiamo: The British Traditional Ballad in North America, The Old Ball Game, The Book of Christmas Folklore e The Female Hero.
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Indice.
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Capitolo Uno.
I Volti della Grande Mietitrice.
La Triste Canzone dell'Arpa.
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Capitolo Due.
I Morti Vendicativi.
Un Incontro sulla Via di Casa.
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Capitolo Tre.
Il Teatro delle Ombre Dolenti.
L'Adunata degli Incappucciati.
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Capitolo Quattro.
Mani protese nel Vuoto.
La Storia di Glam.
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Fine Indice.
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Capitolo Uno.
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I Volti della Grande Mietitrice.
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Durante il secolo scorso, in una notte di primavera, un signore inglese si ritrov, con sua grande meraviglia, nel giardino di casa. Era un fatto sconcertante perch ricordava di essersi addormentato nel proprio letto ma non di essersi svegliato ed essere uscito di casa. Eppure era l che rabbrividiva, a piedi nudi sull'erba bagnata.
Quando fece per entrare in casa, ebbe un'altra sorpresa: la porta era chiusa a chiave.
La luna era tramontata e il giardino, prima cos familiare, aveva preso i contorni misteriosi di un paesaggio dipinto solo di grigio e nero. La magnifica siepe di ligustro formava una macchia indistinta, pi grande di quanto apparisse di giorno, e i rami ancora nudi degli alberi si protendevano verso il cielo stellato come le braccia di uno scheletro.
Dalla finestra della camera di sua moglie proveniva invece una luce calda e accogliente. L'uomo immediatamente si mosse verso di essa: sapeva che la moglie lo avrebbe fatto entrare senza inutili domande.
Poich il letto era posto proprio di fronte alla finestra, ebbe modo di notare con disappunto che la moglie si era addormentata con le candele ancora accese, e che le fiammelle creavano nella stanza giochi di luce irreali. Il suo viso, affondato fra pile di cuscini, sembrava vecchio e giallastro e le sue mani, piegate sul copriletto, erano come rinsecchite per l'et. Non volendo disturbarla bussando, l'uomo si avvicin ai vetri e si mise a fissarla, nella speranza che si svegliasse e notasse la sua presenza.
La donna si alz. Il suo sguardo si volse alla finestra e incontr quello del marito, che le sorrise benevolo. La reazione tuttavia non fu quella sperata: per un attimo la moglie lo fiss immobile, poi, come un automa, cominci a scuotere la testa. Gli occhi erano dilatati e sporgevano dalle orbite, la bocca si apriva in un urlo che rimase silenzioso, come accade nei peggiori incubi.
Spaventato, l'uomo fece un passo indietro mentre la donna ritrovava la voce e si esibiva in un urlo prolungato, interrotto solo da rantoli affannosi, che squarci l'aria e fece tremare i vetri.
Per porre fine a quel suono spaventoso l'uomo cominci a bussare contro il vetro della finestra e, dopo qualche istante, si accorse di qualcosa di straordinario: vedeva le bianche ossa scintillanti del proprio avambraccio connesse a quelle del polso, le articolazioni delle dita della mano unite tra loro dai filamenti dei tendini e i brandelli del suo stesso sudario.
In quel momento fu risucchiato di nuovo nel vuoto e nel buio.

Nessun essere vivente avrebbe potuto spiegare cosa fosse accaduto quella notte, n dove si fosse rifugiato il marito, che quella notte scomparve; di sicuro c'era solo la testimonianza della donna, che non ebbe dubbi sull'identit del visitatore e sui motivi della sua visita: lo scheletro ghignante che aveva bussato alla sua finestra era quello del marito, uscito dalla tomba per far ritorno al focolare domestico. Si era probabilmente unito alle schiere dei morti che vagano inquiete per il mondo, fantasmi di uomini e donne che, anche se non pi di questa terra, non hanno ancora trovato pace nell'aldil. Queste figure, particolarmente familiari nei secoli scorsi, fanno anche oggi le loro apparizioni, nonostante i nostri tempi siano loro meno congeniali. Tempo fa, per, si manifestavano di frequente, in molti modi e per i motivi pi disparati: a volte come fruscii sommessi che provenivano dalle sale d'ingresso, altre volte come macchie di umidit sui pavimenti, altre volte ancora come ombre negli angoli. Alcuni assumevano invece sembianze umane, conservando il loro aspetto consueto, eccettuati il pallore cinereo e l'incarnato diafano.
Potevano materializzarsi e dileguarsi all'improvviso; appartenevano a un'altra dimensione e le barriere del mondo reale non avevano per loro alcun significato; attraversavano muri, tetti, pavimenti, porte e finestre.
I fantasmi pi inquietanti erano quelli che mostravano sul corpo i segni della morte e della decomposizione, cadaveri temporaneamente risorti che indossavano solo i resti consunti dei loro sudari; altri, menomati o mutilati al momento della morte, erano senza braccia, senza gambe o, addirittura, orrendamente decapitati. I motivi che li inducevano a manifestarsi periodicamente erano vari: alcuni ritornavano per completare ci che avevano
lasciato in sospeso; altri, vittime di torti reali o immaginari, erano ispirati dal semplice desiderio di vendetta. Quelli che erano vissuti da criminali erano condannati a un terribile castigo: rivivere in eterno i loro crimini. Gli veniva negato il tranquillo riposo della morte. Alcuni infine tornavano perch invocati dai viventi, bench solo degli sconsiderati o dei pazzi potevano perpetuare simili atti.
Nella maggior parte dei casi, tuttavia, i fantasmi svolgevano i loro compiti spettrali senza alcun motivo apparente, spinti da impulsi malefici che alle loro vittime terrene parevano privi di senso e animati solo da invidia per chiunque avesse ancora in s il dono della vita. Molti spettri erano del tutto innocui, solo un po' malinconici, apparentemente incapaci di staccarsi dai propri familiari. Le loro apparizioni scatenavano inevitabilmente il terrore in coloro che ne erano spettatori. Quella della morte  una paura ancestrale e radicata; il semplice fatto che i defunti tornino, anche momentaneamente, a vivere, sembra sfidare le leggi della natura che regolano la struttura essenzialmente razionale e ordinata dell'universo. Oltre a ci, il fantasma , in pratica, un memento mori: la sua presenza ricorda a tutti i viventi che presto o tardi anch'essi dovranno morire.
"Bei ragazzi e belle ragazze, tutti, come gli spazzacamini, finiscono in cenere" recita una vecchia canzone.
A dispetto della saggezza popolare, per,  sempre molto difficile accettare la morte come parte e fine ultima della vita.  difficile concepire come il nostro corpo, scaldato dal sole d'estate o dal calore del fuoco d'inverno, possa rimanere gelido per l'eternit; che un uomo, apparentemente sicuro e circondato dall'affetto dei propri cari, debba per sempre rimanere solo nel buio della morte; che gli occhi che ammirano i risvegli della natura in primavera e le voci che si elevano negli inni di lode, debbano finire per sempre ciechi e muti. Indipendentemente dalla nostra felicit in vita, dai piaceri che ci regala, la fine  identica per tutti noi: un freddo cumulo di terra esposto all'inclemenza degli elementi, al cui interno la nostra stessa carne, un tempo rosea e fresca, diviene corrotta e grigia, e si ritira dalle ossa, mentre il nostro cuore e il nostro cervello svaniscono.
Il destino di tutti i mortali  questo, e nell'espressione di ogni fantasma, anche del pi sorridente, possiamo intravedere il gelido monito: "Cos come sono, tu sarai".
Era questo un messaggio molto ben conosciuto in passato, quando il mondo era un luogo selvaggio e il confine tra vivi e morti era meno marcato. Le manifestazioni della morte erano ben note e gli uomini si mostravano attenti a ogni segnale della presenza della "Grande Mietitrice", per essere pronti quando fosse giunto il momento fatidico. Accettavano l'inevitabile ma quest'atteggiamento non li rendeva immuni dal terrore.
Alcuni segnali si manifestavano nell'ambiente domestico: si verificavano stranezze che preannunciavano qualche cambiamento. Un orologio che si fermava o che suonava quando non avrebbe dovuto, disturbando lo scorrere misurato del tempo, significava l'imminenza della morte in una casa, come una candela gocciolante la cui cera colasse prendendo la forma di un sudario, o uno
sciame d'api che entrasse in casa attraverso il camino (uno
stuolo di piccole anime alate, in cerca dei propri simili).
Un altro presagio era il canto del gallo che in piena notte rompeva l'ordine naturale del silenzio.
Proprio gli uccelli, pi di ogni altro animale, erano emblematici messaggeri di morte: volando alti sulle campagne, le case, le foreste e i campi potevano facilmente osservare ogni movimento e notare la presenza di qualsiasi elemento estraneo. Un uccello che sbattesse contro una finestra o, peggio ancora, volasse dentro una casa, era portatore di un triste presagio. Anche i gufi, cacciatori notturni e dotati di una vista acutissima, capaci di cogliere nel buio anche il pi piccolo movimento, sapevano dell'approssimarsi della morte e un gufo che emettesse con insistenza il suo caratteristico verso o battesse contro il vetro di una casa era di malaugurio. Era il corvo, con i suoi occhi penetranti e intelligenti e il suo volo radente a essere riconosciuto in tutto il mondo, da tempi immemorabili, come il supremo messaggero della morte. Il corvo era sacro ad Apollo e agli oracoli dell'antica Grecia. In Arabia era conosciuto come Abu Zjir o "il padre dei presagi"., In Germania un corvo che lasciava lo stormo e si avvicinava a una casa o gracchiava vicino a una porta era sinonimo di sventura. Nelle isole britanniche,
si credeva che il corvo sentisse l'odore della decomposizione ancora prima che il malato morisse. Si trattava, in tutti questi casi, di creature del mondo naturale e, sebbene il loro comportamento non fosse del tutto normale e potesse recare significati sinistri, lasciava anche spazio ad altre, pi semplici, interpretazioni.
Vi erano per altri annunciatori di morte, sui quali non si poteva dare spiegazione logica alcuna e il cui manifestarsi non permetteva a nessuno di ignorarne l'esistenza: i cani neri.
temuti in tutta la Gran Bretagna, ci si imbatteva in loro soprattutto di notte; forieri di morte, erano chiamati con nomi diversi a seconda delle zone - Black Shuck nell'Anglia orientale, Skriker e Trash Hound nel Lancashire, Padfoot nello Yorkshire - ma tutti avevano in comune l'appartenenza alla stessa feroce razza. Questi animali, capaci di compiere lunghi balzi, si incontravano sui sentieri di campagna durante la notte e i loro occhi scrutavano l'oscurit alla ricerca di qualche viandante solitario che si fosse incautamente avventurato sulle strade. Nel Lancashire si credeva che, nell'approssimarsi alle vittime, questi cani crescessero a dismisura fino a raggiungere le dimensioni di un vitello e i loro enormi occhi rosseggiassero nell'oscurit, manifestandone la ferocia e la fame.
Chiunque avesse incontrato una di queste creature, anche soltanto di sfuggita, avrebbe saputo che la fine era vicina.
Non meno spaventose erano le banshees, spiriti di donne i cui lamenti erano sinistri presagi e che, nella cultura celtica delle isole britanniche e della Francia, piangevano i morti. Il nome deriva dal gaelico
Sean side che significa donne di stirpe nobile, e alcune erano effettivamente di alto lignaggio, mentre altre, si credeva, erano veri e propri fantasmi, legati a particolari famiglie. Durante la notte, se ne potevano sentire le urla terrificanti turbinare nelle stanze: sembravano provenire dalle stesse mura e fondamenta delle case. In altre occasioni, i lamenti venivano dall'esterno e chi avesse guardato dalla finestra avrebbe visto una donna emaciata, dai lunghi capelli fluttuanti nel vento, il viso sofferente e pallido, gli occhi arrossati dal pianto.
L'eterea figura cominciava allora a muoversi intorno alla casa come trasportata dal vento, scrutando dalle finestre in cerca dei predestinati della cui morte era in attesa. Quando li trovava, gli faceva un cenno e quegli sfortunati morivano all'istante.
In Scozia, la banshee assumeva un'altra forma e veniva chiamata bean nighe o "la lavandaia": aveva membra piccole e tozze e l'aspetto era grottescamente infantile; la si poteva incontrare in prossimit di stagni e isolati guadi di fiumi. Batteva senza sosta sulle pietre del fiume lenzuoli funebri macchiati di sangue e li strizzava, a volte cantilenando tra s un inno funebre. Si credeva che chi avesse osato rivolgerle la parola avrebbe ascoltato come risposta i nomi di quelli che stavano per morire e avrebbe anche potuto sentire, se ne avesse avuto il coraggio, il suo stesso destino. La bean nighe era descritta in genere come un fantasma di una donna morta di parto, una morte tragicamente prematura.
La defunta era destinata a diventare un'ammonitrice dei viventi e lavava i panni di quelli che stavano per raggiungerla, fino a quando fosse giunto il momento della loro morte naturale.
Esisteva anche un altro tipo di spirito
che "svelava" ai viventi il loro imminente destino, uno spirito forse meno invadente delle banshees e non particolarmente legato alla cultura celtica; appariva infatti in diversi paesi e in circostanze differenti. Era un essere molto quieto ma inesorabile e chiunque conosceva il significato della sua presenza.
Un racconto del XVII secolo ce lo descrive vividamente.
Tutto accadde in un tardo pomeriggio estivo, nella cornice degli eleganti giardini di una casa di campagna del Kent, nel sud dell'Inghilterra. Tutti i membri della famiglia si erano recati in visita a un vicino, eccetto una delle figlie, che, rimasta a casa, passeggiava sui viali ghiaiosi del giardino, tra siepi di bosso e aiole profumate, piantate per creare splendidi effetti ornamentali sui prati.
Camminava lentamente a causa del caldo, e dell'impaccio che le causavano gli abiti, ricchi di pizzi, nastri, pieghe increspate e lunghe gonne pesanti. La facciata della casa in mattoni scintillava nella luce del tramonto e la fanciulla si sofferm a osservarla; all'improvviso not un movimento, nel riquadro di una delle finestre distinse l'ovale pallido di un viso. Pur confuso nella distanza, questo sembrava osservarla attentamente. Si trattava certamente di una domestica - pens - che si era trattenuta al piano superiore. La giovane donna fece un altro giro del giardino ma si approssimava il tramonto e dal fiume, che scorreva nelle vicinanze, cominciava a salire una leggera nebbiolina che, aleggiando sui prati, le dava una sensazione di freddo. La fanciulla decise di rientrare. La casa sembrava straordinariamente silenziosa e lei si sofferm nell'ingresso, sopraffatta dalla sensazione di essere osservata. Nel grande ingresso tuttavia non c'era nulla di inusuale: i ritratti degli antenati, la solita raccolta di gentiluomini e dame dalle bianche parrucche, avvolte in drappeggi lucenti, circondate da bambini dall'aria solenne e stuoli di cagnolini. Al centro della sala, un'ampia scalinata portava al secondo piano. Stava per muovere il primo passo quando ud provenire dal piano superiore un frusciare d'abiti e fece in tempo a vedere, sul pianerottolo, quello che sembrava essere l'orlo di una sottoveste. L'immagine svan all'istante e pens di essersi ingannata. Si avvi dunque verso la sua camera da letto che era ancora tiepida per il sole del pomeriggio e l'aria che proveniva dalle finestre aperte era carica dei profumi della terra. In quel silenzio assoluto, percep il grido roco di un corvo che volava verso il suo nido nella vicina foresta. Si avvicin allo specchio per osservare l'ovale del suo viso e si accorse che un ricciolo le era sfuggito sulla guancia. Alz allora la mano nel gesto di ricomporlo, ma si blocc di colpo, le mani ancora sospese a mezz'aria, osservando attentamente lo specchio. Dietro di lei, una donna era entrata nella stanza. Ne vide apparire l'immagine, sempre pi distinta, in una nuvola di fruscianti vesti. L'intrusa si ferm proprio alle sue spalle e si mise a fissare lo specchio. Poi rivolse lo sguardo alla fanciulla e fece per muovere le labbra, come nella parodia di un sorriso.
La giovane premette allora la mano sul vetro: si era accorta che l'immagine riflessa era il suo ritratto, identica in ogni dettaglio tranne che per l'assoluta immobilit del petto e delle labbra esangui.
Quando quella sera il resto della famiglia fece ritorno a casa, trov la ragazza sul letto di morte, in preda alla febbre e divorata dal dolore. Con le sue ultime forze, rivel di quell'incontro, ripetendone sconvolta i particolari.
Quando infine mor, i suoi occhi erano ancora pieni di paura.
Quella donna aveva visto una delle apparizioni pi sconvolgenti, conosciute in Gran Bretagna con svariati nomi, quali The Double ("il doppio"), Fetch ("colei che viene a prenderti") oppure Co-Walker ("il compagno di strada"). In Germania era designata come Doppelganger ("chi va due volte"). Questi spiriti potevano assumere le sembianze di coloro che stavano per morire; a volte apparivano anche ai parenti e agli amici del morente e la loro somiglianza risultava talmente convincente che potevano tranquillamente venir scambiati per la persona in questione. Pi spesso si limitavano a comunicare il loro silenzioso messaggio esclusivamente alla persona designata, di cui, dopo la morte, si diceva che il "doppio" si liberasse delle sembianze terrene e ritornasse verso l'universo che lo aveva generato.
Quindi sia "il doppio" che le banshees, come i corvi e i gufi, non erano altro che alfieri, ambasciatori della grande predatrice di anime, la Morte in persona. Era lei, l'orrenda sterminatrice di uomini, donne e bambini, che trattava tutti con la stessa spietata imparzialit, fossero contadini, preti, persino principi.
Nessuno ha mai saputo chi fosse, perch assumesse aspetti e sembianze mutevoli nell'assolvere il suo tremendo compito, ma in tutti i paesi del mondo ci sono nomi che la designano e racconti che ne parlano.
Nei paesi arabi, sulla base dei resoconti di un inglese che vi aveva viaggiato, la morte prendeva la forma di una donna. Una storia tramandata nel tempo narra la vicenda di un mercante di Baghdad, che un giorno venne avvicinato dal proprio servo. L'uomo era sbiancato in viso, aveva le mani tremanti ed era in preda a una forte emozione: "Signore" gli disse il servo "oggi ho visto la Morte sulla piazza del mercato. Era una donna alta, incappucciata, avvolta in un mantello nero. Mi ha guardato a lungo e mi ha rivolto un gesto minaccioso con la mano". Il servo, terrorizzato, implor il suo padrone affinch gli donasse il miglior cavallo, per fuggire veloce come il vento nella citt di Samarra per sfuggire agli artigli della Morte. Il suo padrone accett e, quando il servo part, galoppando velocissimo alla volta di Samarra, si rec a sua volta sulla piazza del mercato, per vedere se veramente la Morte gli sarebbe apparsa. E cos fu. La vide, incappucciata di nero, proprio come l'aveva descritta il servo, mentre indugiava tra i banchi delle mercanzie, osservando la frutta impilata e, di tanto in tanto, toccando qualcuno sulla spalla. Chi veniva cos avvertito, sbiancava in volto e si allontanava velocemente. Il mercante le fece cenno di avvicinarsi e, pieno di curiosit, le chiese perche mai avesse minacciato il suo servo.
"Non era un gesto minaccioso" gli rispose la Morte, quasi con modestia "era solo un gesto di sorpresa nel vederlo qui a Baghdad. Vedi, ho un appuntamento con lui stasera a Samarra". Detto questo, spar, con un sorriso.
In Bretagna, la Morte prendeva l'aspetto di un uomo, conosciuto come l'Ankou.
Alcuni dicevano che non fosse altri che Caino il fratricida, il fratello maggiore di Abele, condannato per l'eternit a vagare sulla terra facendo il becchino di corpi ormai in putrefazione. Altri pensavano che fosse lo spirito dell'ultimo uomo morto durante l'anno, che tornava a riempire nuove fosse, prima di lasciar posto al suo successore. Molti infine, lo consideravano semplicemente come l'incarnazione della Morte. Tutti per, concordavano sul suo aspetto: alto e scarno, indossava spesso un cappello a larga tesa e, a volte, si presentava chiaramente come un bianco scheletro, avvolto in un sudario lacero. L'Ankou era un cacciatore d'anime notturno, che emergeva quando le persone prudenti avrebbero dovuto essere al riparo nelle loro case.
Percorreva le strade della provincia con una particolare andatura, muovendo la testa rigidamente da lato a lato, annusando l'aria per orientarsi perch le sue orbite oculari erano vuote. A volte portava con s un bastone o una spada, oppure sulle spalle una falce, ed era sempre accompagnato da un carro trainato da cavalli o da buoi, che gli serviva per trasportar via i corpi di coloro che era venuto a reclamare e il cui rumore tradiva la sua presenza.
La gente, attraverso le imposte delle case poteva udire i suoi passi pesanti e lo scricchiolio delle ruote del carro.
Si diceva che, un tempo, l'Ankou potesse vedere e che una luce terribile gli ardesse nelle orbite, ma un giorno quella luce venne estinta per sempre da un essere molto pi potente di lui.
La storia narra che un tempo san Pietro discese sulla Terra e si trov a camminare accanto all'Ankou e al suo carro. I due esseri camminarono in silenzio, percorrendo un sentiero polveroso, circondato da campi di fieno.
In quei campi, al tramonto, un contadino ed il suo bracciante si erano attardati a lavorare. Nell'udire il cigolio dell'asse del carro anche gli uccelli ammutolirono e il contadino si gett a terra, nella speranza di passare inosservato, e fece cenno al suo servo di fare altrettanto. Quest'ultimo era un uomo semplice ma, come molti Bretoni, possedeva una bella voce intonata e continu a tagliare il fieno, cantando un allegro motivetto per farsi coraggio. L'Ankou ferm il carro e rivolgendo il viso sparuto a quell'incauto, gli disse laconicamente: "Entro otto giorni sarai morto".
Per tutta risposta, il servo cant ancora pi forte. Di fronte a una provocazione simile, lo sguardo dell'Ankou fiammeggi di riflessi verdastri e si rivolse al suo compagno di strada, pronto a dare una dimostrazione dei suoi poteri.
San Pietro per prese le difese del servo e rimprover l'Ankou per aver voluto cos capricciosamente la morte di un uomo onesto intento al suo lavoro, e fece dono a questi di un numero supplementare di anni di vita.
Per punire l'Ankou, infine lo accec, estinguendo per sempre la luce dai suoi occhi.
Che questo racconto sia vero oppure no, resta il fatto che la cecit, restrinse di poco l'opera dell'Ankou che, dal tramonto all'ora che precede l'alba, continu a percorrere le strade e i sentieri della Bretagna, da Nantes a Rennes a Finistre, in paziente attesa di imbattersi in chiunque avesse avuto l'imprudenza di ignorare il "coprifuoco" inaugurato dal suono delle campane. Quegli incauti avrebbero ricevuto un improvviso forte colpo tra le scapole, sarebbero stati spinti a faccia in gi nel fango dei fossi e le loro narici si sarebbero riempite della terra che presto li avrebbe accolti come nuova dimora. Tuttavia, questi potevano ancora ritenersi fortunati, e avrebbero vissuto forse ancora un paio d'anni, mentre coloro che incontravano l'Ankou a notte fonda sarebbero morti prima della fine del mese.
Nonostante la sua natura terrificante, l'Ankou aveva qualcosa in comune col mondo rurale da cui proveniva; si presentava come un lento e metodico lavoratore, adorno solo del suo cappellaccio a larga tesa, seguito dal carro funebre di legno scricchiolante e contrassegnato dalla sua illimitata, rassegnata pazienza.
In tutto questo, era molto diverso dagli araldi della morte che allignavano nell'Europa orientale e del Nord. In Germania come in Scandinavia, nel Galles come in Inghilterra, la morte sopraffaceva le sue vittime con gelide urla di trionfo. Cavalcava un cavallo possente nei cieli notturni, circondata da un'orda selvaggia di cacciatori. Quando le nuvole argentate correvano nel cielo sospinte dal vento, riflettendosi nella
luna, le schiere dell'aldil comparivano come ombre galoppanti nel vento, attorniate da segugi dall'aspetto sinistro. Spesso, l'eco delle loro urla e risate selvagge giungeva fino agli abitanti dei villaggi e dei castelli e, quando il vento gemeva e ululava, ben pochi di loro si sarebbero avventurati all'aperto. Era consigliabile non guardarli; anche una sola occhiata a quei cacciatori d'anime avrebbe portato alla pazzia e alla morte.
Una leggenda del Devon racconta di un contadino che stava rincasando a notte inoltrata dalla fiera di Widecombe, non del tutto in s a causa della birra bevuta ma tuttavia ancora in grado di condurre la sua cavalla lungo i viottoli fangosi che portavano al villaggio. Intorno a lui infuriava il vento e i lampi improvvisi sbiancavano i rami degli alberi che sbatacchiavano nella bufera. Quando cominci a piovere, l'uomo si cal il cappello sul mento per proteggersi. All'improvviso, si trov circondato da una muta di cani latranti, che balzavano impazienti verso le staffe. Si guard intorno e vide, immobile dietro di lui, un cacciatore completamente vestito di nero, a cavallo di uno splendido animale dello stesso colore; appese alla sella penzolavano le spoglie di animali che il contadino non avrebbe saputo descrivere e, nel suo stato inebriato, se ne usc con una risata all'indirizzo del cavaliere: "Cacciatore" disse "dividi il bottino con me". Quello gli lanci un'occhiata, si strinse nelle spalle e rise a sua volta. Lanciandogli un pacchetto, gir poi il cavallo e spar nella notte, seguito dalla muta dei cani. Il contadino, con le mani bagnate di pioggia, armeggi un poco con il pacco, poi l'involto scivol via e l'uomo ebbe un violento sobbalzo: il pacco conteneva il corpicino del suo bambino, reso ormai rigido e bluastro dalla morte. Fu un attimo e la visione svan, lasciandolo a contemplare le sue mani vuote. Spron la cavalla e si affrett a casa, dove lo attendeva la moglie in lacrime; il loro figlio maschio, il neonato che teneva ancora in braccio, era morto.
Erano in molti a fare congetture sull'identit del cacciatore che cavalcava nei cieli notturni e fendeva l'aria con le sue grida e i richiami di corno. Alcuni lo identificavano con Woden, re delle trib norvegesi e teutoniche che vagabondavano nelle grandi foreste della Scandinavia e della Germania. Preceduto da gufi e attorniato da corvi, il dio montava un cavallo bianchissimo e il suo manto si stendeva come una vela intorno a lui, mentre con lo sguardo cercava prede mortali. Nel GalLes, il capo dell'orda selvaggia era chiamato Gwyn ap Nudd, "re degli inferi"; in Inghilterra prendeva nomi diversi, associato di volta in volta agli antichi re britannici Herla, Arturo, o a Herne, un cacciatore che si impicc a una quercia nella foresta di Windsor e ne pag le conseguenze con la condanna a cavalcare per l'eternit. A volte, il cacciatore era identificato con la morte stessa o il diavolo. L'accozzaglia urlante che lo seguiva era composta dalle anime dannate dei morti che lo aiutavano a raccogliere nuove vittime.
In Cornovaglia il cacciatore aveva un nome speciale, e una leggenda medievale ne racconta l'origine.
Dando era un prete che aveva la sua parrocchia nel villaggio di St.Ger'mans, situato in alto, sulle scogliere d'ardesia ricoperte di felci della costa meridionale della Cornovaglia. Dando non era
certo un modello di rettitudine sacerdotale; sotto la tonsura lucente sporgeva il suo viso grassoccio, e il colorito paonazzo indicava una propensione all'indulgenza nei vizi, tra cui spiccavano il vino, la frequentazione dei goliardi del paese e delle giovinette compiacenti. Oltre a ci, il prete amava moltissimo la caccia e, in svariate occasioni, quando avrebbe dovuto attendere a suoi doveri in parrocchia, lo si poteva invece trovare lanciato al galoppo per le valli e i pascoli della zona, seguito da una muta di segugi, sulle tracce di cervi, volpi e di qualsiasi altro animale in cui si fosse imbattuto. Una domenica d'autunno, giorno in cui un uomo simile avrebbe dovuto dedicarsi a ben altre attivit, Dando e la sua allegra brigata, composta di trenta o quaranta uomini, andavano in campagna per una battuta di caccia. Cavalcarono sui piccoli campi dei contadini calpestando il grano e lasciando dietro di s una scia di distruzione.
I proprietari di quei terreni stringevano i denti alla vista dei danni, limitandosi a borbottare; il potere dei sacerdoti, infatti, anche di quelli dello stampo di Dando, era ancora considerevole a quei tempi.
La chiassosa compagnia si diresse a nord, verso Bodmin Moor, e l fu raggiunta da uno sconosciuto, un uomo alto, cupo, che montava un cavallo nero; usc dalla boscaglia e al galoppo raggiunse la brigata di Dando. Non disse nemmeno una parola e tenne facilmente testa al prete, che era a capo del gruppo. Poco dopo, la calura del mezzogiorno li costrinse a sostare, i cani erano esausti e gli uomini accaldati. Dando, che aveva arrotolato la veste sopra le ginocchia per il caldo, raccolse le redini e fece cenno agli altri di arrestarsi; si erano ritrovati nel mezzo di una brughiera deserta. Istintivamente, si radunarono in gruppo. I cani si accucciarono per riposare e il prete url che gli portassero da bere. Quando gli fu detto che non era rimasto pi nulla apostrof rabbiosamente il suo servo dicendogli: "Bene, se non ne trovi qui, vai all'inferno a prendermi da bere!".
A quel punto, lo sconosciuto, che era rimasto calmo e compassato, si chin dalla sella e gli porse una borraccia dorata a forma di corno, dicendo, con voce pacata: "Eccoti una bevanda che proviene dal luogo che hai appena menzionato". Dando afferr il corno e, senza neppure un cenno di ringraziamento, ne tracann fino in fondo il contenuto. Lo sconosciuto non fece osservazioni, limitandosi a fissare il prete, che, asciugandosi la bocca sulla manica, dichiar di non aver bevuto mai niente di pi buono in vita sua. Lanci un'imprecazione e disse che quella era una bevanda degna degli di, a cui lo straniero replic: "Non degli dei, dei diavoli". Allora Dando si dondol sulla sella e proclam: "Se davvero bevono di questo nettare, vorrei essere uno di loro!". L'altro rimase di nuovo in silenzio ma scese da cavallo e fece qualcosa di molto strano: si mise a raccogliere i conigli e gli uccelli che erano stati
cacciati quella mattina e che i servitori avevano deposto a terra. "Fermati, quella non  roba tua", ringhi il prete ma l'altro, con gesti rapidi e precisi aveva gi legato la selvaggina alla sua sella e stava montando a cavallo. "Quello che ho trovato, me lo tengo", rispose calmo, osservando impassibile l'avvicinarsi del prete. Dando diede uno strattone alle prede e gli lanci un'occhiata in tralice, poi parl con la lentezza studiata dell'ubriaco: "La selvaggina  mia, me la riprender dovessi andare all'inferno!". "E ci andrai", fu la risposta. Lo straniero si sporse dalla sella e con una forza sorprendente sollev il prete da terra e se lo caric sul cavallo, tendendolo fermo con una mano che sembrava d'acciaio, quindi spron il cavallo al galoppo. Mentre i compagni di caccia erano rimasti a bocca aperta, i cani si lanciarono subito all'inseguimento attraverso brughiere e vallate, fino al fiume Lynher, dove il cavaliere balz con il suo carico nelle acque profonde e i cani lo seguirono. I contadini e i pescatori che assistettero alla stranissima scena assicurarono che Dando, lo straniero e i cani, sparirono nell'acqua circondati da colonne di fiamme, che lasciarono le acque del fiume ribollenti e fumanti. Attesero invano che i corpi tornassero a galla, ma di Dando e dei suoi cani non si seppe pi nulla. Da allora ogni domenica mattina, prima che il sole rosseggiasse sui campi della Cornovaglia e sulle acque del Lynher, lo spirito di Dando faceva ritorno al suo terreno di caccia: un uomo grasso, pallido, dagli occhi scintillanti, che montava un cavallo chiaro ed era attorniato da cani dagli occhi di bragia. Tornava a compiere il lavoro della Morte (raccogliere le anime dei viventi) e terrorizzava St.Germans e i paesi vicini.
Figure come quella di Dando, dell'Ankou o del Diavolo svolgevano il loro orrendo compito a passo, per cos dire, misurato,
prendendosi ora l'anima di un contadino qui, ora quella di un cittadino l, includendo talvolta qualche eminenza, come un principe o un prelato. Se a volte la morte poteva sembrare prematura o inopportuna, in generale non disturbava il regolare andamento del mondo, e, se il numero dei viventi calava per le morti, era subito bilanciato dall'arrivo di nuovi nati.
Ci furono tempi per in cui questo equilibrio sembr essersi spezzato e l'intero universo agonizz in balia dei messaggeri della morte.
Una di queste epoche inizi con l'avvento del XIV secolo. All'inizio di quel secolo, erano circolate voci sull'infuriare della peste nell'Asia centrale ma le popolazioni europee vi prestarono poca attenzione, preoccupate com'erano dalle guerre, dai cattivi raccolti e dalle carestie che le affliggevano. Nel 1347, dodici galee genovesi sbarcarono nel porto siciliano di Messina, con a bordo merci di provenienza asiatica, giunte a loro dalla Crimea, tappa importante sulla via orientale della seta. La ciurma, come riferirono i cronisti dell'epoca, "era appestata fino al midollo da una tremenda malattia". I marinai portavano inoltre con s un'infestazione di pulci che avevano comodamente allignato nelle balle di tessuto e nel pelo di un famigerato vagabondo, il ratto nero o Rattus rattus. Se non fosse stato per le pulci, il fatto non avrebbe costituito nulla di eccezionale ma purtroppo queste ultime erano del tipo noto col nome vagamente egizio di X Cheopsis e portavano nel loro stomaco il bacillo della peste, giunto dall'Asia sulla via della seta. La malattia si manifestava in tre forme: la prima, di tipo bubbonico, era cos chiamata per via degli spaventosi bubboni che spuntavano sul corpo delle vittime e risultava
fatale nel giro di una settimana. La seconda, la polmonite pestosa, comportava l'infezione dei polmoni, causava
l'espettoramento di sangue e portava alla morte in meno di due giorni. La terza, la peste setticemica, era fulminante, chi ne era colpito moriva nell'arco di poche ore. La peste era talmente orripilante e si presentava con sintomi cos repellenti che i malati divenivano oggetto di ribrezzo, spogliati, persino nella morte, di ogni dignit. La peste si propag con la rapidit di un incendio. Scriveva il poeta italiano Boccaccio: "Molti morivano di giorno e di notte nelle pubbliche vie, altri morivano soli nelle loro case e solo l'odore della putrefazione ne rivelava la fine. Con tutto quell'ammassarsi di cadaveri, la citt pareva un immenso sepolcro". Nell'arco di pochi giorni, gli abitanti di Messina morirono a centinaia. Persino la processione fatta per invocare la clemenza divina venne attaccata da uno spaventoso cane nero, evento questo davvero di cattivo augurio. In pochi mesi, attraverso le vie dei traffici, la peste aveva raggiunto Roma e la Toscana; nel gennaio 1348 raggiunse Marsiglia e nel giugno dello stesso anno imperversava a Parigi e in Baviera.
All'inizio dell'anno successivo, arriv anche in Inghilterra e nei paesi scandinavi: si racconta che una nave, che trasportava un carico di lana da Londra alla Norvegia, aveva tra l'equipaggio, all'insaputa del capitano, un marinaio contagiato dalla peste. In pochi giorni morirono tutti e la nave and alla deriva, finendo con l'incagliarsi nei pressi di Bergen. Gli abitanti del luogo, stupiti dal vedere un vascello cos silenzioso, si avventurarono a bordo e videro, troppo tardi, i neri bubboni e i visi cianotici che portavano le stimmate della peste.
N corona n moneta possono fermare la corsa del tempo o trattenere le armate della notte. Re e contadini, fanciulli e fanciulle, tutti rispondono all'ora del destino.
Divenne un'epoca di terrore, popolata da presagi di sventura. In Francia si videro stelle cadenti a centinaia; ad Avignone, una colonna di fuoco si alz dal palazzo dei papi senza che nulla bruciasse; le campane di piazza San Marco a Venezia suonarono da sole. In Galles la peste veniva descritta come "un fantasma senza origini e senza piet". In Scandinavia si credeva che il contagio fosse portato da una "fanciulla della peste", che esalava come una fiammella dalle bocche dei morti e volava di casa in casa. In Lituania la si poteva vedere trasportata dal vento e, quando fosse scesa, sventolare un fazzoletto rosso nel vano di una finestra o di una porta, indicando che, presto, tutti gli occupanti della casa sarebbero morti. Una leggenda del tempo ben conosciuta racconta di un contadino coraggioso che attese la fanciulla alla finestra, osservando i campi e la via che conduceva ai villaggi vicini. Alla fine la vide, che volteggiava proprio verso la sua casa, portando nella mano scheletrica un fazzoletto rosso. Vide avvicinarsi il suo viso cinereo fino a quando pot distinguerne gli occhi fiammeggianti. Il fantasma prov prima con la porta, che era sprangata, poi si mosse verso la finestra dov'era il contadino. Quando protese la mano che reggeva il fazzoletto, lui gliela mozz con un'accetta. In quel modo riusc a salvare il villaggio, anche se lui stesso e la sua famiglia dovettero morire.
I cronisti dell'epoca scrivevano: " morto un terzo del mondo". Sparirono interi villaggi e nelle chiese abbandonate facevano il nido volpi e uccelli. I campi rimanevano incolti e disseminati d'erbacce perch non era rimasto nessuno a coltivarli. Le strade erano gremite di vagabondi, gente che aveva lasciato la terra che lavorava dopo la morte dei sorveglianti e dei signori del feudo. Erano allo sbando, senza lavoro n un posto dove vivere o cibo per sostentarsi. Alla peste fece seguito la carestia e, dopo la carestia, vennero le guerre; pareva proprio che non ci fosse limite alle sciagure di quel triste secolo. Lentamente, come tutte le malattie epidemiche, l'infuriare della peste and scemando. Forse la "fanciulla della peste" era finalmente sazia, e, in ogni caso, nel corso dei secoli successivi alle popolazioni d'Europa vennero risparmiati orrori cos grandi come quelli patiti all'inizio del secolo. Bisogna allora spostarsi fino al cupo inverno del 1665,
quando uno spettro lanci uno spaventoso olocausto, indicando che la falce della peste era nuovamente affilata e pronta a mietere nuove vittime. Il fatto accadde in gennaio, nella parrocchia di South Peterwin, in Cornovaglia, come  documentato dagli annali del curato del tempo, John Rudall. Un giorno, Rudall ricevette l'invito a recarsi presso uno dei suoi parrocchiani, un certo Bligh. Si rec allora a Botathen House, dove Bligh abitava, e lo trov in uno stato di grande agitazione.
Bligh lo preg di ascoltarlo in privato e, mentre percorrevano i sentieri del giardino spoglio per l'inverno, gli raccont una storia veramente strana. Gli disse che il suo figlioletto pi piccolo era perseguitato da una visione: ogni mattina, quando attraversava un campo sulla via di scuola, trovava un fantasma ad attenderlo: era una giovane donna che si dirigeva verso di lui non camminando, ma fluttuando a pochi centimetri dal suolo.
Teneva lo sguardo fisso sul ragazzo e c'era qualcosa nel suo atteggiamento che lo spaventava al punto che quasi non osava avvicinarsi al campo. Bligh disse che, normalmente, non avrebbe dato troppa importanza a qualcosa che poteva benissimo scaturire dall'immaginazione del ragazzo, se non fosse stato per un particolare: il ragazzo aveva riconosciuto il fantasma. Si trattava di una giovane donna di nome Dorothy Dinglet che era stata a lungo un'amica di famiglia dei Bligh e che era morta tre anni prima.
Quando l'uomo fin il suo racconto il curato rimase pensieroso, poi,
da uomo pratico qual era, sugger che si recassero entrambi sul posto e controllassero se davvero "i morti camminavano". Di conseguenza, il giorno dopo all'alba, i due uomini raggiunsero il luogo. Il ragazzo camminava tra loro, stringendo forte le loro mani per la paura, e il suo cane, uno spaniel, trotterellava al loro fianco.
Al principio, non videro altro che le zolle brune e orlate di brina dell'erba, ma, poco dopo, si avvidero di un'ombra indistinta in un angolo del prato, che assumeva contorni sempre pi precisi mentre si approssimava al loro gruppo.
Era davvero Dorothy Dinglet, tremante e semovente nella luce del mattino, i cui capelli, come Rudall scrisse in seguito, "erano cos morbidi ed evanescenti che sembravano sciogliersi mentre li guardavo".
Il fantasma gli rivolse uno sguardo compassionevole e quando gli fu chiesto di parlare, dimostr di non essere un'illusione, dicendo, con voce dolce: "Prima del prossimo Natale, una spaventosa pestilenza percorrer la terra e una grande moltitudine di anime sar rilasciata dalla sua carne".
Gli uomini rabbrividirono e, ai loro piedi, il cane del ragazzo gua. Usando i poteri che il suo ufficio gli conferiva, il curato diede pace allo spettro, ma non si dimentic della profezia che doveva, anche troppo presto, rivelarsi veritiera.
Nel giugno di quell'anno, un'ondata di caldo discese sulle isole britanniche. Giorno dopo giorno il sole splendeva implacabile sui campi e i pascoli inariditi. Il Tamigi era basso e scorreva lento, il suo olezzo si spandeva per tutta Londra,
ormai avviluppata in una foschia pesante e giallastra. Fu allora
che "la fanciulla della peste" e i suoi accoliti colpirono. In
tutta la citt cominciarono ad apparire croci rosso sangue con sotto scribacchiata l'iscrizione: "Dio abbia piet di noi". Ovunque, nelle strette viuzze della citt, si incontravano cadaveri gonfi e anneriti, abbandonati a se stessi.
Non c'era quasi nessuno che si occupava di seppellirli, a eccezione dei conducenti dei carri che li raccoglievano e li gettavano nelle fosse comuni scavate al di fuori della citt. Nel corso di quell'estate, l'epidemia si propag nelle campagne, decimando citt e villaggi e continu a infierire finch non intervenne il freddo dell'inverno, che uccise le pulci portatrici del bacillo. Fino ad allora erano morte settantacinquemila persone.
Dopo quella spettacolare esplosione, la peste si calm; in seguito ci sarebbero stati soltanto dei focolai isolati, nessuno lontanamente paragonabile all'incubo del 1665, un incubo che sarebbe stato a lungo ricordato e persino "rivissuto" dalle apparizioni di quelli che erano morti durante quei mesi atroci. Una di queste visite spettrali avveniva regolarmente nei pressi del villaggio di Vernham Dean, nell'Hampshire. Un'antica via romana, chiamata Chute Causeway, attraversa il villaggio e conduce alla sommit di un colle, non distante dal villaggio.
Per secoli, di notte, quando la luna splendeva tra banchi di nubi e i gufi gridavano malinconicamente nella boscaglia, si poteva vedere l'ombra di un uomo che camminava sulla strada. Era piegato in due dal peso di un gran sacco, portava dei secchi di legno e si muoveva lentamente su per la collina. In realt non faceva alcun progresso, non avrebbe mai raggiunto la cima.
Quell'ombra, mormoravano gli abitanti del villaggio, era lo spettro di un prete che aveva abbandonato il suo gregge. Era stato un buon uomo, dicevano, e, all'epoca della peste aveva convinto la gente di Vernham Dean a lasciare le case e trasferirsi in cima alla collina, dove l'aria era pura e libera dai pericoli del contagio. Li aveva rassicurati che lui stesso sarebbe rimasto al villaggio, sorvegliando i loro averi e che li avrebbe approvvigionati giornalmente di viveri e acqua.
Accettarono e si ritirarono sulla collina, ma il morbo della peste era gi tra loro e presto i lamenti dei moribondi raggiunsero
il villaggio. Morirono tutti, senza aver avuto alcun soccorso o sollievo dal loro pastore. Terrorizzato dalla prospettiva di contrarre lui stesso la malattia, non mantenne mai la sua promessa e fu perci condannato a far ritorno sulla collina per l'eternit, umano d'aspetto ma privo di ogni umanit, pi scuro delle tenebre che lo circondavano, barcollante sotto il peso di una colpa che non avrebbe mai avuto espiazione.
Spostandoci a nord dell'Inghilterra, nella valle del Washburn, avremmo potuto assistere ogni notte al chiaro di luna a un'altra scena dei tempi della peste. Nei pressi del ruscello che percorre la vallata si poteva vedere una figura curva sull'acqua, incessantemente intenta a strofinare e risciaquare, risciaquare e strofinare. Il suo scopo era quello di pulire una pila di monete, ma non sarebbe bastata tutta l'acqua d'Inghilterra per togliere le macchie che le inzozzavano. Venivano infatti dalla Londra divorata dalla peste, in quell'estate senza fine in cui la morte regnava sovrana, i ratti rosicchiavano i cadaveri e gli sciacalli umani imperversavano. Tra questi un disgraziato di nome Robinson, che rovistava di casa in casa, "alleggerendo" i morti e i moribondi di tutti i loro averi; non era secondo a nessuno nelle nefandezze e, si diceva, fosse tanto avido da impossessarsi addirittura delle monete poste sugli occhi dei morti.
Un filo di fumo che si lev una notte di settembre dal quartiere di Pudding Lane, presso London Bridge, pose fine alle sue attivit. In pochi istanti, le fiamme alimentate da un vento che veniva dall'est si propagarono in tutta la citt. Era il principio del Grande Incendio di Londra, un disastro la cui portata era attenuata solo dal fatto che segnava la fine dell'epidemia e l'approssimarsi dell'inverno.
Tra i molti che abbandonarono la citt ci fu naturalmente Robinson, che in tutta fretta caric il bottino su di un carro e, da solo, fugg precipitosamente a nord, verso il villaggio da cui proveniva. L non venne accolto a braccia aperte; la gente temeva che fosse contagioso e, gradualmente, fu costretto ad allontanarsi dall'abitato, vivendo in un granaio e occupando le ore diurne a lavare nel torrente quelle sue monete maledette, sperando di ripulirle da ogni traccia della peste. Col passare del tempo, fu in grado di far erigere una lussuosa dimora, chiamata Swinsty Hall, dove trascorse agiatamente i suoi ultimi anni ma, dopo la sua morte, venne il momento del rendiconto: la casa, costruita coi soldi dei moribondi, pass in altre mani, e, al ruscello presso la casa, Robinson dovette per sempre espiare le sue colpe.
Il signore di Swinsty Hall e il pastore di Vernham Dean sono solo due esempi del pullulare di fantasmi che immortalarono gli orrori del 1665. Gli avvenimenti che li legavano al mondo dei viventi erano davvero straordinari, ma le ragioni che li inducevano a tornare non lo erano. Come innumerevoli altri, questi due esseri non fecero altro che ripetere i loro misfatti per l'eternit, come punizione per le loro colpe.
Gli spiriti che incutevano il vero terrore erano quelli che, risparmiati dalla falce della morte, erano animati da desideri di vendetta e rosi dall'invidia.
Le loro prede erano i viventi ed erano in grado di incutere un terrore tale che le loro apparizioni erano ancora pi temute della comparsa della Morte in persona.

La triste Canzone dell'Arpa.

Sulla costa orientale della Scozia, in un castello vicinissimo alle spiagge del mare del nord, viveva un signore che aveva due figlie, la pi grande bruna, la pi piccola bionda. Come accade a volte tra sorelle, le due ragazze erano rivali, anche se la pi giovane non ne era consapevole e l'altra non l'avrebbe mai ammesso. Un giorno, accadde tra loro un fatto talmente grave che fece poi parlare di fantasmi.
Un giovane signore era venuto al castello a porgere i suoi omaggi alle fanciulle e, come voleva l'etichetta, rivolse le sue attenzioni alla maggiore. Il suo sguardo per tornava continuamente alla pi giovane e lui non perdeva occasione per starle accanto, nei balli e durante le battute di caccia. Gli occhi bruni della sorella maggiore non lo lasciavano un attimo: non le era sfuggita questa sua preferenza; la ragazza tuttavia, non fece alcuna osservazione, limitandosi a riflettere sul da farsi.
Una mattina di buon'ora chiese alla sorella di accompagnarla a passeggiare sulla spiaggia e, mentre camminavano, questa ingenuamente le confid il suo entusiasmo per l'affascinante visitatore. Lei non rispose ma
attese di raggiungere un punto dove le onde del mare si abbattevano sugli scogli con particolare violenza e mise in atto il suo piano. Con uno spintone improvviso, fece barcollare la sorella che precipit in
mare. Le onde si chiusero subito sul capo della bionda fanciulla e si aggrapparono ai bei capelli con dita di ghiaccio. Emerse ansante, chiedendo aiuto alla sorella, ma non ebbe alcuna risposta; sentiva solo il fragore delle onde e le grida acute dei gabbiani che volteggiavano nel cielo sopra di lei. La bruna sorella era rimasta sulla spiaggia, immobile come una statua e, con sguardo imperturbabile, seguiva la lotta disperata e inutile della giovane con le acque.
La fanciulla fu sommersa, poi emerse per un attimo gridando e infine and a fondo, coperta dalla cortina di schiuma delle acque.
L'altra si trattenne ancora un po', compiacendosi della violenza
delle onde, poi corse al castello dove, piangendo, raccont che
la sorella era scivolata sui sassi ed era annegata. Subito furono
avviate le ricerche, ma il corpo non venne ritrovato.
Nei mesi che seguirono il castello rimase in lutto, ma, col passare del tempo, il giovane signore, privato della presenza della bionda fanciulla, cerc conforto nella bruna, conforto che gli fu prontamente concesso.
Il corpo della giovane sorella fu sospinto dai venti e dalle maree e, cullato dalle acque che l'avevano ucciso, fu trasportato lungo la costa scozzese fino a un lago tranquillo, lontano dalle terre paterne, dove un
mugnaio si avvide dei biondi capelli che fluttuavano al disotto della superficie, e lo trasse dolcemente a riva. Per un caso, era temporaneamente ospite del mugnaio un menestrello ambulante, un arpista la cui bravura era nota in tutta la Scozia che lo aiut a darle sepoltura.
Sedotto dalla bellezza della ragazza, il menestrello tagli tre ciocche dei suoi biondi capelli e le fiss alla sua arpa.
Poi riprese il suo cammino, viaggiando di castello in castello per intrattenere i signori; la dolcezza inconsueta del suo strumento muoveva alle lacrime chiunque la ascoltasse. Nel corso del suo vagabondare, giunse a sua insaputa al castello della sfortunata fanciulla, dove fu ricevuto con tutti gli onori, come si addiceva al costume del tempo. Di sera, nella grande sala illuminata dalle torce, il giovane estrasse il suo strumento e si accinse a suonare; tra i suoi spettatori, seduta su una panca, tra il padre e il signore di cui era innamorata, c'era la bruna sorella.
Ancora prima che il musicista potesse toccare le corde, queste, scintillanti alla luce del fuoco, vibrarono da sole e, al tempo stesso, una dolce voce familiare invase la sala. Come ne sent le parole, il viso della sorella si accigli e impallid, sapendo di non poter sfuggire al suo destino.
L'arpa cantava dolcemente: "Addio, signore mio padre, addio a mia madre"; fece una pausa in cui tutti trattennero il fiato. Infine le corde parlarono ancora, questa volta in tono forte e lamentoso. "E che tu sia maledetta, sorella che mi hai ucciso".


Capitolo due.
I MORTI VENDICATIVI.

Alcuni secoli orsono, un piccolo villaggio di pescatori rannicchiato fra le scogliere di un fiordo norvegese, era frequentato da un fantasma. Nessuno sapeva chi fosse ma, per cinque lunghi anni, qualcuno si aggir intorno alle case dellabitato,gemendo nel vento, finch finalmente un pescatore del luogo ne svel la natura. Questo  il racconto di come avvenne la sua scoperta.
Una notte, giaceva nella sua capanna di rustici tronchi dalbero attorniato dalla sua famiglia e, nonostante allesterno il vento mormorasse e facesse sbatacchiare il catenaccio, non si percepiva alcuna voce, n suono di passi. Per la prima volta in anni, i soli rumori udibili erano quelli della natura ed il pescatore dorm profondamente.
Nel cuore della notte, venne svegliato dallagitarsi della capra che condivideva la povera abitazione. Era inquieta e girava su se stessa calpestando la paglia sotto i suoi zoccoli. Il pescatore si guard rapidamente intorno, con la prontezza di chi viene risvegliato bruscamente, ma non vide nulla fuori posto, laria era pesante. Dellodore delle bestie e del respiro dei bambini che dormivano allacciati per tenersi caldi. Accanto a lui sua moglie era immersa nel sonno. Poi finalmente vide quello che aveva disturbato la capra; la luce della luna illuminava il retro della porta e in quel chiarore, pot distinguere un tenue filo di fumo che si dipanava dal buco della serratura, il vapore inconsistente scese al suolo e spar nelloscurit. Luomo aguzz la vista per capire dove si stesse dirigendo e not il baluginio inconfondibile della pelle nuda. Come pietrificato continu a guardare e si accorse che quella vaga luminosit, stava prendendo fattezze umane. 
Strisciando fuori dalloscuritvide emergere il fantasma di uno dei suoi figlioli, un bambino piccolo che era morto cinque anni prima. La sua pelle era bluastra dal freddo, le costole sporgevano dal torso avvizzito e gli occhi enormi erano fissi sui suoi.Si avvicin in silenzio sullimpiantito coperto di paglia e questo fece scuotere luomo e risvegliare la moglie. Questa fece appena in tempo a emettere un gemito di riconoscimento e mentre il bambino le strisciava sulle gambe e sul ventre, luomo cerc di afferrarlo per sospingerlo via, ma le sue mani incontrarono solo qualcosa di freddo, duro e inestirpabile, come il ghiaccio perenne.
La moglie ansimava perch ora il peso del fantasma le schiacciava il petto, le esili braccine si tesero verso il viso di lei e le mani girarono per un istante nelle orbite materne. Un attimo dopo, lapparizione era svanita. Il lamento della donna si tramut in un urlo di dolore e  
il sangue sgorgava da quelli che erano stati i suoi occhi; era rimasta cieca. La notte seguente ripresero i gemiti e il suono di passi intorno al villaggio e continu ancora per molti anni.
Lo spettro vendicativo di quel bimbo che mutil la propria madre era conosciuto nei paesi scandinavi col nome di Utburd, parola dell'antico norvegese che indicava un bambino "portato fuori" o, meno letteralmente, "esposto". Era un bambino nato malaticcio, in una casa dove gi c'erano troppe bocche da sfamare, e che era stato abbandonato a morire di freddo. Il pescatore e sua moglie avrebbero scavato una buca in un incolto coperto di neve appena fuori dal loro piccolo villaggio, e vi avrebbero deposto il bambino perch morisse assiderato. La morte sarebbe presto sopraggiunta a liberare lo spirito dal povero corpicino, e pi tardi quel giorno il pescatore avrebbe colmato la buca. N lui n sua moglie sentivano rimorso per il loro gesto: a quell'epoca era consuetudine, nelle inospitali terre del nord, abbandonare i bambini e i neonati in tempi particolarmente difficili, quando la madre non fosse stata sposata o quando il bambino fosse stato malaticcio o malformato.
Anche se gli adulti che lo praticavano lo considerassero un atto giustificato dalle circostanze, non la pensavano cos gli spiriti che fuoruscivano dai corpicini delle giovani vittime. Erano bramosi di vendetta e, come per compensare la fragilit e l'impotenza dei bimbi durante il loro breve soggiorno mortale, si trasformavano in esseri formidabili, dotati di una forza spaventosa. Era come se, negli anni successivi alla morte, avessero accumulato le forze finch non fossero stati in grado di compiere spettacolarmente la loro vendetta.
In genere, l'Utburd era invisibile e se ne potevano soltanto percepire i lamenti che risuonavano nelle lande rocciose presso la loro sepoltura. Chi avesse udito i lamenti e avesse avuto buon occhio, avrebbe tuttavia potuto scorgere un gufo bianco che volava radente la tundra lontana oppure un cane nero, alto fino alla cintola di un uomo, proiettato come una silhouette sulla cima di un'altura lontana. A volte, era addirittura possibile vedere per un attimo, nei cespugli sottostanti, il fantasma stesso del bimbo, coi piccoli pugni serrati in un gesto di rabbia o di pena. Si credeva che, in qualunque forma si presentasse, un Utburd potesse crescere fino a raggiungere le dimensioni di una stalla. Quando faceva ritorno a casa, alla ricerca della madre, era pronto a compiere la sua vendetta. La furia vendicativa dell'Utburd perdurava anche molto tempo dopo la morte della madre e avrebbe continuato a reclamare nuove vittime, in genere tra i viandanti solitari. Un incontro con uno di questi spettri era un'esperienza sconvolgente. L'approssimarsi del fantasma era annunciato dal rumore assordante di passi, paragonabile a quello prodotto da massi scagliati da una grande altezza. Molti evitavano di voltarsi a guardare, perch anche solo uno sguardo allo spirito inseguitore avrebbe portato inesorabilmente alla paralisi e, quand'anche qualcuno si fosse dato alla fuga, i passi roboanti, divenuti un fragore assordante, lo avrebbero presto raggiunto. Quando la vittima si fosse stancata, l'Utburd lo avrebbe afferrato al petto con dita che parevano d'acciaio, trascinandola a terra con forza sovrumana. Gli unici antidoti erano l'acqua e il ferro; se ci si fosse immersi in tempo in un ruscello o si avesse sfoderato un coltello, ci si sarebbe salvati. Purtroppo, accadeva pi spesso che un viaggiatore si imbattesse, a distanza di giorni o settimane, nei poveri resti delle vittime del fantasma, orrendamente massacrati dalla sua furia sovrumana.
Sebbene pochi altri spiriti lo potessero uguagliare per forza e brutalit, per certi versi le attivit dell'Utburd erano rappresentative di alcuni tipi di fantasma. Un'infinit di spiriti tormentavano i viventi ed erano spinti dalle ragioni pi diverse, dalla vendetta all'invidia al semplice desiderio di attirare la loro attenzione. Ottenevano i loro scopi infliggendo una serie di pene: dagli assalti fisici degli Utburd, al caos creato per disturbare la vita dei mortali, fino all'orrore provocato con il loro manifestarsi. La notevole prestanza fisica non era una caratteristica confinata ai soli Utburd: alcuni fantasmi mantenevano intatte sia la consistenza che la forza dei loro corpi mortali.
Dai tumuli funerari della Scandinavia emergevano fantasmi forti e prestanti quanto lo erano stati i muscolosi soldati che vi erano sepolti.
Erano corpi richiamati in vita, dall'aspetto orrendamente gonfio e annerito dalla permanenza sottoterra in un clima rigido. Il segno che annunciava l'uscita degli spiriti dai tumuli consisteva nel ritrovamento dei cadaveri, orribilmente brutalizzati, di pastori e viandanti.
Simili a fantasmi erano mossi essenzialmente dalla loro natura
cattiva e maligna. Molti erano stati da vivi di temperamento collerico e aggressivo e il fatto di essere liberi dalle limitazioni imposte dal mondo ordinato dei mortali, sembrava dare libero sfogo alla loro indole sfrenata.
Questo genere di spettri era quasi "fortificato" dalla morte.
 il caso dello spirito velenoso di lord Lonsdale, la maledizione della contea inglese del Westmorland di due secoli fa.
Lonsdale era stato un avido aristocratico, dedito alle liti coi vicini e alla fustigazione dei contadini che non potevano far fronte alle sue criminali estorsioni in grano e bestiame; di conseguenza non stup nessuno il fatto che non si sottomettesse tranquillamente alla morte.
Proprio nel momento in cui il vicario stava pregando, inginocchiato presso la bara, il corpo si sollev improvvisamente e una delle spalle massicce colp in pieno petto il prete, che fin disteso, e boccheggiante pi dalla paura che dal dolore. Gli occhi del cadavere si aprirono e sembrarono schizzare fuori dalle orbite, come se lui stesso si fosse spaventato, poi le palpebre si chiusero e il corpo reclin nuovamente sui cuscini di raso. Sigillato nella bara, il corpo non diede altri segni di irrequietezza e il funerale pot concludersi normalmente. Ma il "Cattivo Lord", come era da tempo conosciuto, non poteva finire cos e infatti il corpo turbolento divenne uno sfrenato fantasma, i cui passi pesanti e la furia distruttrice portarono il caos ai piani superiori di Lowther Hall, la sua residenza d'un tempo. Quei pochi tra i suoi parenti che avevano osato rimanere, si ritirarono impauriti nelle stanze ai piani inferiori, facendosi piccoli per la paura al suono delle urla roche del fantasma e ai rumori dei mobili ridotti in frantumi. A volte, lo si poteva persino vedere in cima alla grande scalinata, il viso pi paonazzo di rabbia che mai, mostrando i pugni agli impauriti abitanti radunati al di sotto, per poi riprendere la sua opera di distruzione.
Inoltre, il "Cattivo Lord" non limitava il suo raggio d'azione alla sola Lowther Hall; ogniqualvolta di notte la casa rimaneva stranamente silenziosa, i servitori si sguinzagliavano per il vicinato ad avvertire i contadini che non lasciassero le loro case. Lungo le vie principali sferragliava una carrozza nera che seminava il panico tra i viandanti, facendo imbizzarrire i cavalli dalla paura e precipitare nei fossi le altre vetture. Era munita di torce sfolgoranti che proiettavano nell'oscurit un alone spettrale e, al posto del conducente, era seduto lord Lonsdale, arrogante e minaccioso come sempre.
Questi fatti continuarono per mesi fino a che un vicino, abile nell'arte di placare i fantasmi, applic i suoi poteri contro quell'apparizione; Lowther Hall e la contea tornarono alla normalit. Lo spirito di Lonsdale era indubbiamente burrascoso, ma perlomeno sapevano di cosa si trattasse: era l'espressione, che tutti riconoscevano, della personalit di un farabutto. Esisteva un altro genere di fantasma, chiamato poltergeist, che agiva allo stesso modo violento dello spirito di Lonsdale ma era doppiamente spaventoso perch nessuno sapeva da dove venisse e come liberarsene.
La parola "poltergeist" viene dal tedesco e significa "spiriti
rumorosi", una definizione piuttosto vaga e appropriata, visto
che non si sapeva cosa fossero. Anche lo scompiglio che creavano nelle case non aveva alcuno scopo apparente, n di vendetta, n come espressione della malignit di un vicino o un parente trapassato. Molti di loro non erano identificabili con le anime dei morti e, anche qualora avessero avuto origine dal quel mondo, erano messaggeri anonimi, incorporei, quasi mai visibili, e i suoni che emettevano assumevano raramente la forma di parole. I particolari dei racconti che li riguardano non fanno altro che infittire il mistero.
Una caratteristica costante dei poltergeist era la loro preferenza per gli innocenti di questo mondo. Avevano una predilezione particolare per le famiglie degli ecclesiastici, al cui interno individuavano come bersaglio delle loro attivit una giovane donna, una figlia oppure una domestica. La loro tattica, consistente nel battere colpi, ululare, lanciare oggetti e produrre cattivi odori sembrava deliberatamente studiata per attirare il massimo dell'attenzione, causando il minimo danno fisico. Questo per non significa che un'invasione di poltergeist fosse una cosa da poco, essendo questi animati da una resistenza praticamente inesauribile. Anche gli scherzi pi blandi, come porte sbattute, pentole rovesciate e folate di zolfo divenivano insopportabili se il poltergeist vi si dedicava giorno e notte, per settimane e mesi. Spesso poi, queste attivit apparentemente innocenti erano intervallate da scoppi di energia distruttiva, difficile da attribuire a uno spirito incorporeo e invisibile. Tuttavia, superato lo shock iniziale, alcune famiglie tolleranti e dotate del senso dell'umorismo arrivavano persino ad abituarsi ai loro ospiti fantasmi.
Col passare del tempo, alcuni si spingevano fino a considerare il poltergeist alla stregua di un membro, un po' eccentrico, della famiglia.
 questo quanto accadde a Epworth, un'antica citt commerciale del Lincolnshire. Il poltergeist che infestava l'abitazione del pastore locale si manifest con un approccio di molestie decisamente vigoroso. La famiglia del reverendo Wesley era composta da dieci figli e il fantasma si mostr separatamente a ciascuno di loro, finch non fu pi possibile attribuire il fatto a uno scherzo o alla fertile immaginazione dei ragazzi. I primi a esserne testimoni furono per gli sfortunati domestici. Il fantasma fece la sua comparsa una sera di dicembre del 1716, battendo un colpo alla porta, accompagnato da un basso lamento. Un servitore e una domestica, che erano ancora
alzati, aprirono la porta, ma non trovarono nessuno, tranne il buio della notte.
Scrutarono nell'oscurit e si misero attentamente in ascolto per un poco, poi conclusero che doveva trattarsi di uno scherzo. Ripresero la conversazione e il colpo si ud nuovamente talmente forte da far tremare l'intelaiatura della porta. Ancora una volta aprirono e non videro nulla. Ormai preoccupati, e suggestionati anche dalle ombre provocate dalla luce delle candele, si augurarono la buona notte e si accomiatarono. Il servitore si avvi sulle scale di servizio verso il sottotetto, sent una specie di ronzio e si stup nel vedere la sua ombra che si stagliava nettamente sul muro, illuminato da una
strana luminosit. Si inginocchi vicino alla balaustra a spiare verso la cucina, incomprensibilmente illuminata a giorno. Il focolare era spento, le pentole e i pentoloni puliti e lucidati, le aiutanti di cucina nei loro letti, ma, sul tavolo di quercia della cucina, stava il macinino di ferro per macinare il grano, rumorosamente e solitariamente all'opera. La manovella girava velocemente ma era chiaro che la macchina non macinava nulla e, fatto ancora pi sconcertante, la forza che la muoveva rimaneva occulta. L'uomo si affrett a letto, deciso a ignorare il folle cigolio. Proprio mentre stava per addormentarsi, fu bruscamente riportato allo stato di veglia da un altro, inspiegabile rumore: gli pareva di sentire, accanto al suo cuscino il gloglottio di un tacchino! Fece per afferrarlo ma non trov nulla. Dopo poco, ai piedi del letto sent un tonfo, come se qualcuno avesse inciampato nei suoi stivali. Si rizz a sedere sul letto, poi, con cautela, cominci a tastare nella direzione degli stivali. Erano ancora sotto il letto, dove li aveva lasciati, ben al di fuori della portata di ogni piede umano. Il giorno seguente, i racconti dei due domestici incontrarono incredulit da parte dei loro signori e l'ilarit dei loro colleghi, sentimenti che presto sarebbero stati smentiti. Le azioni del fantasma non seguivano un disegno preciso, n sembravano avere uno scopo e si concentravano piuttosto sulla ricerca quasi infantile di attenzione. A volte poteva girare in una stanza producendo un fruscio come di sottane di seta, oppure, poteva decidere di salire su per le scale col passo di un orco calzato di scarponi chiodati, scrollando le intelaiature delle finestre per tutta la casa e sollevando nugoli di polvere dagli angoli pi dimenticati. In qualche occasione, lo si era sentito bussare a porte e finestre, sbatacchiando i catenacci in una frenesia demenziale, poi, dopo essere silenziosamente e furtivamente penetrato in una stanza attraverso la porta chiusa a chiave o la finestra sprangata, se ne stava sospeso a mezz'aria, emettendo un gemito cupo e disumano "come una nota tremendamente fonda" a sentire Wesley, che copriva ogni altro rumore.
Di tanto in tanto, il fantasma di Epworth, stufo di emettere lamenti e generare il caos, innervosiva la famiglia con qualche fugace apparizione. Tre settimane dopo i fatti che abbiamo descritto, la signora Wesley, sopraffatta dalla curiosit, volle fare un'ispezione nella nursery vuota, da cui proveniva il solito fracasso del fantasma. La stanza si fece subito silenziosa, ma la donna avvert una presenza, si guard intorno, poi, come per istinto, si chin a guardare sotto il letto. Ci fu come uno sbattere d'unghie, poi qualcosa di indistinto e veloce fugg a gran carriera fuori dalla porta. La donna, terrorizzata, ricord in seguito che non poteva essere un ratto o un topo ma piuttosto qualcosa "come un tasso". Quando si fu ripresa fece controllare la casa da cima a fondo, ma non fu trovato alcun animale del genere. Tempo dopo, sempre durante "l'assedio" alla famiglia Wesley, un'altra creatura indefinibile emerse da un angolino della dispensa, nella cucina. Un domestico che si era attardato al focolare si gir per dargli un'occhiata e quello prese a girare su se stesso per cinque volte sul
lastricato; rassomigliava, vagamente, a un coniglietto, che poi schizz di nuovo nell'angolino. L'uomo si avvicin pian piano per guardare ma la nicchia era vuota. Se queste arcane apparizioni di animali fossero l'incarnazione del poltergeist o solo illusioni ottiche messe in atto per turbare i suoi ospiti umani, nessuno che avesse avuto cognizione di causa avrebbe saputo dirlo. Infine i Wesley arrivarono ad accettarlo, seppur con rassegnazione, e lo soprannominarono "il vecchio Jeffrey", dal nome di un precedente inquilino che l era morto, anche se nulla indicava che potesse essere il suo fantasma.
I bambini, pi disponibili dei grandi ad adattarsi agli assurdi scompigli che portava, finirono col trattarlo come una specie di cucciolo turbolento e si divertivano a slanciarsi verso il punto da cui veniva il suo fracasso indiavolato, prima che si spostasse in qualche altra parte della casa. Solo il mastino di casa, come molti animali pi sensibili degli umani al soprannaturale, non si abitu mai al fantasma. A ogni scoppio di rumore, ritirava la coda fra le gambe e, tremante e mugolante, cercava rifugio in qualche angolo del soggiorno. Forse fu proprio l'impassibile calma di quella famiglia a liberarla dall'ingombrante ospite o forse quest'ultimo cominci a farsi pi restio quando si accorse di non riuscire pi a far paura. Due mesi dopo l'inizio di questa faccenda, i Wesley erano come al solito riuniti per recitare le preghiere del mattino. Non appena pronunciarono l'amen, si udirono due leggeri colpi in cima alle scale, cos discreti che la famiglia, abituata al fracasso, non ci bad. Fu quella la fine del poltergeist dei Wesley: se ne era andato per sempre. La causa del suo abbandono era inspiegabile come tutta quella storia. Come per la maggior parte dei poltergeist, aveva dato prova di un controllo totale sugli oggetti e una straordinaria capacit di incutere il terrore creando illusioni ottiche e acustiche. Queste erano state le forme di manifestazione fisica, tipiche dei poltergeist, che raramente appaiono in sembianze riconoscibili. Un'orripilante eccezione a questa regola avvenne una notte di fine secolo in Russia, dove una famiglia fu assalita da un poltergeist armato della stessa tenacia di quello di Epworth. Fece tremare la casa con colpi sordi, passi veloci e pesanti da danzatore folk, dopodich diede fuoco ai mobili e alla stessa padrona di casa, rilasciando infine uno sciame di cerchi di fuoco, che presero a rincorrersi sulla veranda.
Durante quell'invasione, la famiglia si rifiut di lasciare la casa e il poltergeist fece ricorso a un nuovo stratagemma. Una mattina, trattenendosi a letto dopo che sua moglie si era alzata, il padrone di casa sent un fruscio nelle coperte accanto a lui. Si aspettava di vedere sua moglie e si gir verso quel rumore. A una quindicina di centimetri circa da lui c'era una piccola e rosea manina, diafana, dalla pelle incredibilmente liscia, seminascosta dalla trapunta, che giocherellava con le coperte. Pizzicava capricciosamente il copriletto, facendone dei rigonfiamenti che poi lisciava di nuovo. L'uomo guardava paralizzato, pensando con orrore che quella cosa avrebbe potuto toccarlo e che avrebbe magari dovuto sopportare i pizzicotti di quelle dita sul suo viso. La mano danz sull'orlo del cuscino, poi si
ferm tamburellando lievemente sul lenzuolo. Ma lui non poteva reggere a quella tensione un minuto di pi e, terrorizzato come non lo era stato in settimane di rumori e fenomeni soprannaturali, scese dal letto e si precipit al piano di sotto, dove, ancora in camicia da notte, fece uscire sua moglie di casa. Non tornarono mai pi, n il poltergeist li insegu: dopotutto, aveva finalmente la casa tutta per s!
Nei loro attacchi ai viventi, alcuni degli spiriti agivano in
modo circospetto, affidandosi pi alla perseveranza che alla violenza o agli scoppi improvvisi di energia. Questo tipo di manifestazione ebbe luogo a bordo di una nave negriera inglese, diretta da Liverpool alla Costa degli Schiavi in Africa per imbarcarvi il suo sfortunato carico umano. Dopo pochi giorni in mare, la nave era gi una sentina di discordie. Il capitano era un tipo duro e irascibile e, nel generale scontento che nutriva per la ciurma, aveva concepito un vero e proprio odio per un uomo di nome Bill Jones, gi avanti con l'et, che nel suo lavoro procedeva calmo e lento e che non si scomponeva alle urla del capitano, anzi, gli imprecava contro. Un giorno, il capitano diede ordine di abbassare le vele. Come di consueto, sbuffando e sudando, Jones lavorava met degli altri. Quando poi torn sul ponte, il capitano lo insult. Il vecchio marinaio sopport le imprecazioni per un po', poi si volt verso di lui e gli rivers contro una cascata tale di insolenze da lasciare tutti a bocca aperta. Il capitano, impallidito dalla rabbia, and spedito gi per il corridoio di accesso alle cabine e ritorn poco dopo, armato di un archibugio, la cui bocca era coperta di chiodi e pallottole. Senza esitare, prese la mira e fece fuoco: il corpo di Jones fu gettato all'indietro, il suo petto orribilmente
squarciato. Fece un sospiro nel sentire che la vita lo abbandonava ma, quando si accorse che il capitano lo guardava con disprezzo, il suo sguardo divenne feroce e disse, con affanno: "Signore, mi avete spacciato, ma io non vi lascer mai". Spir senza dire altro. Timoroso delle autorit, il capitano obblig la ciurma a mantenere il silenzio sull'accaduto. Ma avrebbe dovuto fare i conti con qualcosa di molto pi grave della testimonianza dei marinai: lo spirito dell'uomo ucciso, che camminava silenzioso, invisibile.
Instancabile, il fantasma si univa alla ciurma nel disbrigo quotidiano delle faccende sulla nave; il suo lavoro era attestato da barili che sembravano sollevarsi da soli e da uno straccio solitario che lustrava i ponti e lucidava le apparecchiature senza bisogno dell'intervento di mani mortali. Lo spirito del marinaio si mostrava agli uomini solamente in alto, sui pennoni. Capitava che un uomo alle prese con la velatura sentisse vibrare l'albero sotto di s, e, dando un'occhiata di lato, rimaneva stupefatto nel vedere Jones seduto accanto a lui. Se l'uomo avesse battuto ciglio o si fosse voltato per richiamare l'attenzione, l'apparizione sarebbe svanita, anche se sarebbe perdurato il segno rivelatore dell'albero che vibrava. Il capitano non smise mai di vedere il fantasma e fin per ammettere con il primo ufficiale che lo spirito gli era accanto in ogni momento del giorno; anche di notte, quando si rigirava nel letto e si svegliava, poteva sentire su di s lo sguardo fisso del fantasma. Supplic l'uomo di assumere il comando della nave mentre lui teneva a bada quello spettrale tormentatore. Le sofferenze del capitano per si prolungavano, divenne sparuto d'aspetto e con gli occhi lucidi per la febbre.
Il suo sguardo si era fatto schivo; gettava intorno a s piccole occhiate nervose ed evitava di guardare qualcuno negli occhi, forse perch sapeva che avrebbe incontrato uno sguardo che preferiva non vedere. Anche dormire gli era diventato impossibile e passava le nottate seduto nel suo letto, lamentandosi flebilmente. Alla fine, non pot pi resistere e un giorno il primo ufficiale, che stava dando degli ordini dal ponte di poppa, sent il rumore di un tuffo, corse alla ringhiera e vide il viso del capitano, bianco sulle acque scure che si chiudevano sulla scia della nave. Lo vide apparire e sparire a tratti, in bala delle creste d'onda, scivolando a poco a poco verso una morte liberatrice. All'improvviso per, lo vide dibattersi, uscire per met dall'acqua.
L'orrore che lo pervadeva era visibile persino a quella distanza. " con me anche ora", fu il grido roco che giunse sopra il sibilo delle onde. Finalmente il capitano spar, inghiottito dal mare, e con lui spar anche il fantasma di Bill Jones, che non fu mai pi visto a bordo. Il capitano schiavista era stato rovinato dalla implacabile costanza dello sguardo di un fantasma, che non l'aveva mai lasciato, giorno e notte, ma che non aveva mai tentato di fargli direttamente del male. La stessa caparbia caratteristica si riscontrava nelle apparizioni di un fantasma che non si limitava a perseguitare alcuni individui ma intere famiglie, di generazione in generazione, senza rappresentare una minaccia fisica, mantenendo per sempre la sua formidabile presenza nella vita delle vittime. Questi spiriti erano i cosiddetti "teschi urlanti", presenze pestilenziali di molte dimore di campagna inglesi. A prima vista, non differivano in alcun modo dai resti di un ossario qualunque e ci si sarebbe anche potuto giocare macabramente a palla ma, da appropriati contenitori dell'intelligenza umana, questi teschi possedevano ancora una volont di ferro. In genere, rimanevano inattivi, anche perch le famiglie che affliggevano imparavano in fretta a rispettarne i desideri, che risiedevano principalmente nell'essere lasciati tranquilli nella dimora da loro scelta. Nonostante questo desiderio non fosse particolarmente oneroso, la sola presenza dei teschi in una casa imponeva un alto tributo spirituale.
Spesso, il desiderio ardente di un teschio di riposare per sempre all'interno di una certa abitazione non era altro che il riflesso del desiderio espresso in punto di morte dal "proprietario" mortale del teschio. Fu cos nel caso di Burton Agnes Hall, una casa di campagna dello Yorkshire. In quella casa era vissuta, al tempo del regno di Elisabetta I, una giovane donna di nome Anne Qriffith's, che vi era profondamente affezionata e vi mor. Sul suo letto di morte, estorse alle sorelle la promessa di tagliare la testa dal suo corpo e di tenerla sempre all'interno della villa. Le sorelle credettero che stesse delirando e ignorarono quel desiderio cos macabro; il suo corpo fu trasportato, intero, nella tomba di famiglia. I parenti ebbero per ben poco tempo per trascorrere il lutto in pace. Alcuni giorni dopo la sepoltura, la famiglia fu destata da un mostruoso farfuglio, a met fra il dolore e l'ilarit, proveniente da ogni angolo della casa, immersa nel buio. Giovanotti risoluti della famiglia si aggirarono in camicia da notte per i corridoi coi pugnali sguainati, ma non riuscirono a scoprire la fonte del frastuono. Il disordine continu notte dopo notte e le grida acutissime a volte divenivano come oscuri e pesanti lamenti
da moribondi, finch le sorelle si decisero a chiedere consiglio al vicario. Egli ricord loro la promessa fatta alla ragazza morente e sugger che si aprisse la tomba. I parenti, con le torce in mano, scesero nell'aria fetida della cripta: il consiglio del vicario si rivel giusto. Il corpo rifletteva l'ultimo desiderio di Anne Griffith's e non si era decomposto, mentre la lucida volta del cranio splendeva, privata della carne. 
Soprattutto, era misteriosamente separata dal corpo. La testa stava ritta sulle mascelle ghignanti e ombre danzavano nelle orbite vuote. A quel punto, eseguirono esattamente la volont di Anne. Il cranio fu portato nella casa e deposto, come un macabro centrotavola nel salone. Da quella notte, la casa rimase tranquilla per molti anni. Le generazioni che seguirono congetturarono che il tempo avesse moderato il desiderio del teschio di conservare il posto d'onore nella casa ma lo spirito di Anne Griffith's dimostr con grande efficacia la forza del suo attaccamento. Accadde un fatto di cui fu responsabile una serva di cucina.
Stava osservando un carro colmo di cavoli che passava scricchiolando lungo il sentiero che si snodava vicino a una finestra della cucina, quando decise di liberare la casa dal suo spettrale guardiano. Corse nel salone, arraff il teschio e lo gett dalla finestra sul carro, dove si incune tra i cavoli.
Immediatamente, il conducente si mise a sbraitare; il carro si era bloccato come se fosse sprofondato nel fango. Inutilmente il vecchio cavallino si tendeva nello sforzo sotto le frustate del
suo padrone: il carro non voleva spostarsi. Il rumore della scena aveva attirato il padrone di casa, che ordin alla domestica
di riportare il teschio nel salone. Ma lei aveva paura di prenderlo in mano. Un giovanotto della famiglia corse fuori e, risolutamente, tolse il teschio dai cavoli. Il carro fece un balzo in avanti facendo rotolare il conducente gi dal sedile e raddoppiare le sue imprecazioni. Energicamente, il ragazzo rimise il teschio al suo posto, dove rimase, considerato con rinnovato timore dagli abitanti della casa, finch un'altra'generazione ne prese il posto.
Una sera, Sprezzanti di quella che credevano una superstizione superata, i nuovi abitanti ordinarono che venisse sepolto nel giardino, nell'attimo in cui il domestico pressava la terra sul teschio, le urla dei secoli passati, descritte vividamente dallestorie narrate dalla gente del luogo, riecheggiarono ancora una volta nei corridoi. I cavalli si erano azzoppati e una gelata improvvisa aveva ricoperto il giardino. Senza attendere il consenso dei padroni, un vecchio domestico prese una vanga in prestito dai giardinieri e dissotterr il teschio. N scroll via le zolle, ripul le orbite dalla terra.e lo riport nella casa. Ancora una volta la pace ritorn e ancora una volta il teschio aveva piegato i mortali alla sua inflessibile volont.
Alcuni dei teschi urlanti possedevano un potere che aumentava indicibilmente il terrore che ispiravano, ovvero la capacit, spaventosamente in contrasto con la loro natura inerte, di spostarsi rapidamente. Non contenti di risiedere in un luogo designato, questi teschi inseguivano le loro vittime, affrontando quegli sfortunati nei 'mopnti di vulnerabilit. Spesso, queste scrupolose apparizioni erano animate da motivi pi urgenti di un ultimo desiderio di poter rimanere nella propria casa. In un caso particolare, accaduto nel nord dell'Inghilterra, una coppia di teschi, orrendamente attivi, infest una casa di campagna, animata dal desiderio di vendetta.
I teschi erano appartenuti a una coppia di contadini, fatti impiccare sulla base di false accuse costruite da un proprietario terriero, ansioso di impossessarsi dei loro terreni. Se in vita i due erano state persone
tranquille, dopo quella iniqua esecuzione i loro teschi si dedicarono a perseguitare il loro accusatore e la sua famiglia con zelo diabolico. Urlavano senza alcun motivo, rotolavano nel salone nel bel mezzo dei ricevimenti o saltavano in mezzo alle scale per ostruire il passaggio. Col passare del tempo il logorio e la forza di quel tormento risult fatale per l'arrogante famiglia, che di generazione in generazione si era sempre pi infiacchita, finch, l'ultimo discendente mor senza figli e senza un soldo e la loro stirpe si estinse. Per quanto spaventose potessero essere le manifestazioni dei teschi urlanti, l'orrore,che producevano persisteva anche quando restavano inerti e silenziosi. Il loro aspetto ghignante e l'effetto sinistro delle orbite vuote potevano offuscare la gioia dalla vita dei lro mortali coinquilini. In questo senso l'azione dei teschi urlanti era simile a quella di altri spiriti che non assalivano, minacciavano o inseguivano le loro vittime ma comparivano semplicemente alla loro vista, per poi sparire. Riuscivano a tormentare la sensibilit umana Con la stessa efficacia di altri.spiriti pi vigorosi o tenaci. L'apparizione di un fantasma
poteva essere foriera della morte della persona amata o dell'imminenza della propria morte; poteva mettere un assassino di fronte all'evidenza del suo delitto o tornare dal

mondo dei morti per rimproverare un amante crudele. Altri spettri, pur non essendo collegati in alcun modo ai loro spettatori, erano raccapriccianti a causa del loro aspetto, che spesso recava i segni macabri di una morte violenta. Cos si presentava il fantasma di Annie Walker, il viso e il collo sfigurati da cinque ferite aperte. Era stata assassinata con un'ascia nei pressi di Durham, in Inghilterra, dai mercenari di un suo parente, col quale aveva avuto una relazione incestuosa. Le gambe e il corpo separati di una nobildonna girovagavano per le Highlands scozzesi, dove suo marito l'aveva uccisa, ne aveva segato il cadavere in due e l'aveva gettato in un cassettone per nasconderlo.
Il pi inquietante di tutti, emblema di una morte atroce, era il contrabbandiere senza gambe di Happisburgh, un villaggio sulla costa inglese del Norfolk. L'estate finisce presto in quella regione. Le notti si allungano e le strisce di nuvole corrono nel cielo spinte dal vento attraverso la luna, grigi banchi di nebbia salgono dal mare del Nord portando al corpo e all'anima un senso di gelo. Al disotto di quella foschia, i latrati dei cani si attutiscono come un flebile lamento e anche le lepri si raggomitolano nelle loro tane. Persino le placide pecore scalpitano e, alla fine della giornata nei campi, i contadini si affrettano a far ritorno al villaggio.
Durante una notte simile, quasi tre secoli or sono, nei pressi del villaggio di Happisburgh alcuni contadini sentirono e poi videro coi loro occhi quello che, dapprima, pareva essere un emissario degli inferi. Dalla localit nota con il nome di Cart Gap, una fenditura nella scogliera gessosa che si protende sul burrascoso mare del Nord, emerse la figura di un uomo o, almeno, di parte di quello che doveva essere stato un uomo, poich non aveva gambe e a prima vista nemmeno la testa. Con incedere lento, il torso si mosse lungo la via, portando tra le braccia un involto voluminoso. Aveva la camminata tipica dei marinai e indossava un indumento foggiato a gonna, com'era allora costume di quegli uomini e, infilata nell'ampio cinturone di cuoio, portava una pistola dal calcio d'ottone. I contadini che terrorizzati lo videro avanzare lungo la strada attraverso Happisburgh ebbero modo di notare che quella figura grottesca aveva la testa letteralmente appesa all'ingi tra le scapole, la lunga coda dei capelli trascinata nella polvere e gli occhi scintillanti d'odio. La visione fu infine inghiottita dalla nebbia e, nel vederla definitivamente sparire dietro la cima di un colle, molti dei contadini si sparpagliarono verso le loro case, non avendo alcun desiderio di sapere nulla di pi di quella faccenda allucinante. Due di loro per rimasero solleticati da una macabra curiosit, e, durante le settimane che seguirono, aspettarono ogni notte il ritorno di quel corpo mutilato.
Alla fine giunse, mostrando il collo stillante alla luce della luna e, quando li super lungo la strada, quelli lo seguirono, tenendosi al riparo dei cespugli. Il fantasma non prestava loro alcuna attenzione. Rimasero parecchio indietro e lo videro risalire velocemente un colle e discendere nella valle sottostante, dove si ferm in prossimit di un pozzo. L il fantasma fece una pausa, con la testa recisa che gli dondolava paurosamente sulla schiena. In un attimo, gett l'involto nel pozzo, si ud un tonfo e, subito dopo, spar dalla vista. I contadini che osservavano la scena dalla sommit del colle rimasero esterrefatti nel sentire, nel silenzio della notte, un secondo tonfo, come se il fantasma avesse avuto la pesantezza di un corpo morto. Quando il giorno dopo raccontarono la loro avventura, la gente non li prese sul serio. Tuttavia, per mettere a tacere quella storia, gli uomini del villaggio decisero di controllare il pozzo. Un giovane volonteroso accett di calarsi, con corda e lanterna, gi per un'imbracatura fissata a un argano. Dapprima non riusc a distinguere nulla nell'oscurit, poi fu avvolto da vapori freddi e umidi che indicavano la vicinanza dell'acqua. La luce della lanterna scintillava sulla superficie e fu cos che vide l'involto grigio, mezzo sommerso dall'acqua ma, quando lo tocc, questo cedette un po' di pi. Lanci un grido verso quelli che erano rimasti intorno alla brillante apertura del pozzo e, ben presto, fu calata un'altra corda con un uncino legato all'estremit. Il ragazzo fiss l'involto all'uncino, mand un altro richiamo e fu issato su per il pozzo. L'aria da festa di paese che regnava tra la folla che si era radunata per assistere spar ben presto quando l'involto fu depositato sull'erba e slegato. Il contenuto erano i resti di due gambe, ancora calzate di pesanti stivali, le bianche ossa che emergevano da una massa di carne putrefatta. Il giovane rifiut di scendere di nuovo ma un pescatore ubriaco si offr di ispezionare il pozzo alla ricerca del resto del cadavere. Si port sull'imbracatura e fu calato gi: dopo un momento, un grido finalmente echeggi dal profondo. Gli uomini all'argano faticarono non poco per issarlo all'aperto: quando raggiunse l'imboccatura reggeva in braccio una massa scura e gocciolante. La gett a terra, si liber dall'imbracatura ma stavolta la folla si tenne a distanza, avvertita dal terribile puzzo. Stando al disopra dell'ammasso fradicio, lo rivolt finch non assunse una forma riconoscibile. Con un rigurgito di nausea, indietreggi di fronte a quel che aveva scoperto: un corpo senza gambe in avanzato stato di decomposizione. La testa, da cui fuoriuscivano i denti dalle guance scarnificate, dondolava, trattenuta alle spalle solo da una striscia di pelle. Il corpo corrispondeva in ogni dettaglio al fantasma incontrato dai contadini. Gli astanti immaginarono, dalla foggia dell'abito che ancora ricopriva il torso, che l'uomo doveva esser stato un contrabbandiere. I suoi compagni gli avevano tagliato la gola nel corso di una lite, poi ne avevano mutilato il corpo perch entrasse pi facilmente nel pozzo. Le congetture sarebbero continuate a lungo ma l'odore insopportabile del cadavere indusse la folla a disperdersi e vennero chiamati il parroco e il becchino, perch i poveri resti ricevessero almeno una piccola cerimonia funebre.
Non si vide mai pi il fantasma camminare; il suo intento era stato raggiunto. Aveva attirato gli sguardi orripilati dei viventi e assicurato una decente sepoltura al cadavere da cui era emerso. In un certo modo, l'apparizione del contrabbandiere fu una delle pi gentili, animata non dal desiderio maligno di tormentare i viventi ma dal semplice bisogno di comunicare, di trovare testimoni di un orrendo delitto e di un corpo privato della sepoltura. Tuttavia, nonostante si fossero trovate ampie spiegazioni sul suo aspetto e sui motivi che l'avevano spinto ad agire, l'orrore che aveva sollevato rimase a lungo nelle ossa della popolazione e lo spettro di Happisburgh divenne come tanti altri un inquietante interrogativo. Per quanto logiche siano le ragioni per fare ritorno dal mondo dei morti, la venuta di un fantasma rappresenta sempre una breccia nell'ordine naturale delle cose, in cui la morte segna la fine del nostro errare terreno. Il vero motivo del ritorno dei fantasmi rimane incomprensibile ai viventi, spiegabile solo quando anch'essi avranno trapassato il velo della morte per unirsi alla moltitudine degli spiriti.

Gli spiriti dei bambini che gridavano nelle tenebre.
Tra i diversi tipi di spettri che si presentavano ai viandanti, pochi ispiravano tanta piet come i navky dei paesi slavi. Erano i fantasmi di bambini morti senza essere battezzati oppure uccisi dalle loro stesse madri e si manifestavano spesso come bambini molto piccoli o ragazzine che si dondolavano tra i rami degli alberi, gridando e piangendo nella notte. Alcuni supplicavano i passanti di dar loro il battesimo, altri, smaniosi di vendetta sui viventi che li avevano cos condannati, li attiravano in luoghi pericolosi. Poteva anche accadere che non si presentassero in forma umana; in Iugoslavia si diceva che fossero dei grandi uccelli neri che gridavano in modo impressionante.

UN INCONTRO SULLA VIA DI CASA.

Era il mese di marzo. A tarda notte, nella contea inglese del Lancashire, un uomo di mezz'et e di statura media usc dalla taverna del Toro Bianco e si incammin per uno stretto sentiero verso casa. Si chiamava Gabriel Fisher e con lui c'era il suo cane Trotty. In quel momento Fisher era forse un po' pi allegro di quanto fosse stato durante la giornata ma i fatti che accaddero durante quel tragitto notturno
lo avrebbero rapidamente rinsavito.
La falce della luna stendeva la sua tenue luce su un albero e una siepe di cespugli, la serata era fresca e Fisher procedeva a passo spedito, non percependo altro che
il rumore dei suoi passi. Quando l'uomo
e il cane arrivarono a met del cammino
che li separava da casa, si lev un urlo
acuto che spezz il silenzio della notte.
Il cane cominci a guaire ma Fisher lo zitt immediatamente e il suono della sua stessa voce gli infuse coraggio. Si mise a scrutare nell'oscurit e vide sulla strada, poco pi avanti, una Figura che si sarebbe potuta dire umana, bench in quella luce e a quella distanza non era possibile esserne certi. Impugnando il suo bastone, Fisher si avvicin. La Figura era di donna ed era lei che doveva aver urlato poco
prima; ma cosa ci faceva una donna fuori casa a quell'ora e per di pi su quella strada quasi deserta? Mentre Gabriel era immerso in questi pensieri, il cane si gir e fugg via. Fisher lo richiam inutilmente, poi, con un'alzata di spalle, si affrett a raggiungere la donna, che si era incamminata nella sua stessa direzione. La donna non proferiva parola e procedeva a capo chino, coperta da un largo cappello. Fisher le si mise al Fianco e cominci a farle delle domande, alle quali lei rispose nel modo pi vago; la sua voce aveva tuttavia qualcosa di rasserenante, persino di scherzoso e accennava a essere dolcemente melodiosa. Lui regol il passo a quello di lei e cammin al suo Fianco lungo la strada.
La donna portava un grosso cesto da mercato, ricoperto di un panno e, dopo un poco, Fisher si offr di aiutarla. Lei glielo porse e lui si mise allegramente il manico di vimini sul braccio. La voce gentile della donna
lo ringraziava: "Siete davvero molto
gentile", ma improvvisamente si tramut
in una squillante risata di scherno.
Fisher, stupefatto, si volt a guardarla
ma lei si era allontanata e pareva stesse
osservando la siepe ai lati della strada.
La risata si fece udire un'altra volta, ancora pi forte. Proveniva dal cesto. Fisher si arrest di colpo e con un grido di orrore lo scagli via. Mentre lo guardava,
il cesto cadde a terra, il panno si sfil
e ne rotol fuori, pi bianca del panno
che l'aveva celata, una testa. I denti
splendevano nella bocca spalancata,
da cui proveniva un torrente di sciocche
risate. Fisher si volt di scatto verso
la donna e vide che il cappello
le era scivolato, rivelando solo le spalle che sussultavano nella risata. Era senza testa.
Gabriel spicc un balzo al di l del cesto e fin sulla strada, correndo come non aveva fatto da quando era un ragazzo.
Mentre correva, sent sopra il battito furioso del suo cuore come un rumore di passi trascinati per terra, sempre pi veloci, proprio dietro di lui. Continu a correre, col respiro che gli usciva a sussulti e, sempre correndo, si volt, solo per vedere il braccio della donna sollevato in alto, che reggeva la testa come fosse una lanterna. La testa rise di nuovo e la donna la lanci verso di lui, cadde nella polvere e, muovendosi da sola, salt di nuovo in aria, guizzando, con gli occhi scintillanti e i denti digrignanti, davanti a Fisher.
Quando ricadde sulla strada, lui tent di superarla con un salto ma la testa lo imit, addentandolo alle caviglie. Lo super ancora una volta, si pose in mezzo alla strada e lo costrinse nuovamente a saltare, questa volta appena fuori dalla portata di quel suo orrendo ghigno. Ormai completamente immersa in quell'assurdo gioco, la testa gli girava tra i piedi, addentando e ridendo follemente. Fisher correva ormai all'impazzata, troppo terrorizzato per avvertire la stanchezza e persino per voltarsi, anche se sapeva che la donna e quella testa gli erano alle calcagna. Infine, giunse presso un torrente poco profondo e si butt dentro, sollevando come un'esplosione di spruzzi. Poi prosegu su per una salita della strada. Raggiunse la cima della collina e l Fisher gett una rapida occhiata alle sue spalle.
Quello che vide in quell'istante si impresse nella sua mente per il resto dei suoi giorni. Sotto di lui, sulla sponda pi lontana del torrente, stava la figura senza testa della donna, alta e impassibile. Ai suoi piedi rotolava la testa, che ringhiava e addentava quasi fosse uno spettrale terrier. I capelli erano infangati e il viso chiazzato di polvere ma l'energia malefica della testa sembrava aver raggiunto un nuovo picco. Fisher ne poteva distinguere gli occhi fiammeggianti e sentire un'eco demoniaca nella sua roca risata, nauseato dal disgusto, riprese a correre. Questa volta si ritrov solo: il fantasma aveva infatti dei limiti territoriali e, come molti altri spettri, non poteva attraversare l'acqua corrente.
L'avventura di Gabriel Fisher fin bene, addirittura quasi comicamente. Arriv finalmente a casa e trov sua moglie che stava consolando un Trotty ancora tremante. La risposta che lei diede alle sue disarticolate spiegazioni fu di un'arguzia tagliente: disse che era lieta che il marito avesse imparato la saggezza di tornare a casa presto, anche se c'era voluta una donna senza testa per insegnarglielo. Lei, con la testa e tutto, non c'era mai riuscita. Altri lo derisero quando raccontava la sua storia ma Fisher non fu l'ultimo a venir assalito da quell'essere demoniaco sul tratto deserto di strada. Non si cap mai perch la donna e la sua testa presiedessero di notte quel particolare punto. N tantomeno si scopr quando quelle apparizioni cessassero, perch di notte, la gente del Lancashire evitava quella strada e i bambini non ci si avventuravano nemmeno di giorno.


Capitolo tre.
IL TEATRO DELLE OMBRE DOLENTI.

L'episodio che raccontiamo, avvenne in Scozia, all'inizio del nostro secolo. Una signora inglese in vacanza nelle Highlands si trov a pedalare fuori dal suo tranquillo presente in un remoto e sanguinoso passato. Tutto ebbe inizio un pomeriggio d'autunno, quando, vestita dei tradizionali indumenti di tweed e rifornita di un sostanzioso picnic, lasci il suo alloggio e si diresse in bicicletta lungo la vallata del fiume Garry. La gita si prospettava delle pi piacevoli. Pass in prossimit delle alte mura biancheggianti del castello di Blair, elegante nella sua imponenza, per poi dirigersi verso sud, lungo la vallata. La strada la condusse attraverso boschi di betulla che scintillavano d'oro sotto un cielo terso. Intorno non c'era nessuno, a parte qualche raro pescatore. A circa cinque minuti dal castello, la vallata si stringeva, costretta da massicce rocce a farsi lunga e stretta, verdeggiante di muschio e risuonante delle acque del fiume. Era arrivata al passo di Killiecrankie, un luogo famoso che era venuta a visitare. Appoggi la bicicletta a una roccia e si arrampic alla ricerca di un masso scaldato dal sole, da cui potesse ammirare il panorama delle rupi. Trovatolo, si sedette, ascoltando il mormorio dell'acqua e il cinguettio degli uccelli e presto si addorment. Ripos per poco e, quando il sole cominci a calare e le ombre a scendere sul passo, la donna si mosse, risvegliata dalla frescura della sera. Tuttavia,
non si sentiva ancora disposta a far ritorno; perch, si chiedeva, avrebbe dovuto pedalare per chilometri al buio, quando invece avrebbe potuto cenare con ottimi panini imbottiti di roastbeef, sdraiarsi all'aria di montagna, profumata d'erica e rientrare in albergo la mattina dopo per un'abbondante colazione? Era una donna pratica e un'esperta viaggiatrice e passare una notte all'aperto non la preoccupava di certo. Si avvolse quindi nel suo caldo mantello e si prepar a gustarsi la serata. L'ultimo riverbero del sole svan, apparvero le stelle e la donna si addorment.
Ore dopo, fu risvegliata da un sordo rimbombo, come di una lontana battaglia. Si alz a sedere e si guard attorno. La luce della luna inondava argentea il passo, cos luminosa che la donna pot facilmente leggere l'ora sul quadrante del suo orologio: erano le due di mattina. In quel momento, un gufo cant, e il luogo si anim improvvisamente, come risvegliato dal grido di caccia dell'uccello. Raggruppata all'imboccatura della valle stava una massa confusa di uomini in uniformi rosse, che armeggiavano con otturatori e baionette, circondati da ogni parte da muli e cavalli, carichi all'inverosimile. Su di loro, si approssimava sciamando un'orda di Highlanders (montanari scozzesi, n.d.t), uomini imponenti che procedevano scalzi, avvolti nei loro tartan e armati di scudi e spadoni. Caricando, urlavano le loro grida di battaglia e la donna ud chiaramente i nomi dei clan rappresentati: Mclean, MacDonald, Cameron e, al disopra di tutti gli altri, il nome del re
Giacomo. I fucili degli inglesi schioppettarono ma nulla poterono contro quell'assalto; le baionette d'altro canto, servivano ancora a meno. Le spade degli Highlanders si levavano e abbassavano a un ritmo spaventoso. L'aria era piena di lamenti di paura e dolore, pianti, rantoli, imprecazioni e suppliche alla clemenza di Dio in quell'ora terribile. I corpi cadevano nel fiume, arrossandolo. Altri soldati, colpiti, si dimenavano al suolo tra gli zoccoli dei cavalli che nitrivano terrorizzati e, nel panico, li calpestavano.
La carneficina continu ancora, disperatamente impari. Poi, quando anche l'ultimo soldato in divisa rossa cadde sotto i colpi scozzesi, la scena si dissolse e il silenzio scese di nuovo sulla vallata.
Come in un sogno, appariva ora sul valico un'altra scena. Era quella di un massacro. Il terreno roccioso era cosparso dei corpi dilaniati, alcuni ancora palpitanti, e degli arti amputati dalle spade. Gli uomini giacevano dove erano caduti, alcuni fissando con sguardo vuoto il cielo, altri senza nemmeno gli occhi per guardare. C'era qualcuno che ancora si lamentava, uno continuava a gridare, e il suo grido fendeva l'aria con un suono folle e persistente. L'odore di morte era ovunque e, nel cielo, gi volteggiavano le aquile, in attesa dell'imminente banchetto, non calarono per, perch altri predatori erano gi al lavoro sul campo di battaglia. Figure curve si aggiravano rapide tra i corpi, spiccando e tirando, armeggiando e frugando. Di cosa si trattasse, fu presto evidente. Da un albero, non distante dal punto dove sedeva la turista inglese, era scesa agilmente a terra una giovane donna, che subito corse gi per le rupi. Era molto bella, vestita di quei colori scuri che a volte si incontrano nelle Highlands; sulle spalle portava uno scialle di stoffa scozzese, al braccio aveva un canestro di giunco e teneva in mano il tipico pugnale affilato a lama larga che gli Highlanders usavano portare un tempo, infilato nelle calze, sia per la caccia che per altre necessit. Veloce e metodica, la giovane prese a girare tra i corpi.
Strappava via bottoni e gradi, tagliava le cinture e portava via le scarpe riponendo tutti questi oggetti nel cesto. A quelli che ancora si muovevano o si lamentavano, assestava una pugnalata al cuore o tagliava la gola, con la stessa precisione e destrezza che usava nella raccolta degli oggetti di valore. Se non riusciva a levare un anello dal dito, tagliava anche quello e lo gettava nel canestro, quasi fosse un ortaggio raccolto da terra o spiccato da un viticcio. La sua espressione rimase per tutto il tempo impassibile, finch la donna inglese, sopraffatta dall'orrore, emise un grido soffocato. La bruna fanciulla si volt subito,
e, agile come un gatto, cominci a salire tra le rocce, gli occhi scintillanti fissi sulla nuova preda. L'inglese si lamentava ma non riusciva a muoversi e osservava l'avvicinarsi della sua predatrice con l'impotenza di un bambino che sta facendo un brutto sogno. Nel momento in cui il bianco viso della giovane le si avvicin, fu presa da un'ondata di malessere e non vide pi nulla.
Era mattino quando riapr gli occhi.
Le foglie degli alberi vibravano alla fresca brezza e in lontananza si sentiva il canto di un uccello. Non c'era nessuno oltre a lei, il passo era tranquillo e il fiume scorreva allegramente nel suo letto roccioso.
Infreddolita e irrigidita dalla nottata, la donna raggiunse la bicicletta e fece lentamente ritorno all'albergo, dove, dopo essersi lavata e aver fatto colazione, raccont ai suoi ospiti quello che aveva visto. Era ben certa di ci a cui aveva assistito e lo erano anche gli altri, perch nel corso degli anni, parecchie persone erano state testimoni di quegli avvenimenti.
Nell'anno 1689, una tremenda battaglia si era svolta al passo di Killiecrankie. L'anno precedente, gli inglesi avevano deposto re Giacomo II, cattolico e scozzese, e posto sul trono la figlia Mary e il marito di lei, l'olandese Guglielmo d'Orange. Gli scozzesi si erano rifiutati di riconoscere i nuovi sovrani e avevano massacrato le truppe inglesi mandate a sottomettere le Highlands, riunendo la moltitudine dei loro clan sotto la guida dell'abile John Graham Visconte di Dundee. Questi perse la vita nella battaglia di Killiecrankie, che fu anche l'ultima vittoria scozzese. Gli Highlanders si erano successivamente dispersi verso le loro roccaforti di montagna, non prima di aver saccheggiato il campo di battaglia. Dopo il combattimento, a quanto riferirono i testimoni dell'epoca, i vincitori e le loro donne avevano letteralmente spogliato i cadaveri. Apparentemente fu proprio lo stesso passo il pi attento e duraturo testimone. Per qualche motivo, il luogo vide e conserv la memoria di quell'evento. Ogni albero, foglia e pietra recava incise le immagini di quella violenza e di quell'orrore, e, di tanto in tanto, le condivideva coi mortali. Di volta in volta, nell'oscurit della notte, gli eserciti spettrali tornavano a scontrarsi, seguiti da spettrali sciacalli. C'era qualcosa nella natura di quegli eventi che la morte non poteva dissolvere o cancellare.
Nel corso dei secoli si verificarono molti altri casi di "battaglie fantasma". Sulle colline gessose intorno a Woodmanton, nel Wiltshire, nel luogo dove molti secoli prima di Killiecrankie i Britanni avevano lottato contro gli invasori Romani, a volte si vedevano le apparizioni di cavalli da battaglia decapitati che galoppavano furiosamente nella notte. Anche a Glastonbury, nel Somerset, anticamente ritenuto luogo sacro e teatro di diverse battaglie, il suolo talvolta tremava, come battuto dai passi di invisibili armate. St.Albans, nell'fiertfordshire, fu campo di battaglia in due occasioni durante la Guerra delle Due Rose, combattuta nel corso del XV secolo. Per molti anni, una casa che si trovava su quel terreno intriso di sangue, risuon del clangore delle spade. Un'altra guerra che, comprensibilmente, ebbe un ampio seguito di reminiscenze spettrali, fu la guerra civile inglese. Nell'ottobre del 1642, a Edgehill, nel Warwickshire, avvenne la prima grande battaglia, che fu anche la prima sconfitta dei realisti. Vi morirono quattromila uomini. La vigilia di Natale di quell'anno, alcuni pastori delle Cotswold videro
ripetere sotto i loro occhi quello stesso avvenimento, quasi fosse messo in scena da fantasmi. Terrorizzati, ne informarono il loro parroco, che decise di unirsi a loro la notte seguente. Gli uomini si trovavano su di una collina, presso quello che era stato il campo di battaglia, e udirono, portati dal vento della notte, i lamenti di disperazione dei moribondi. Poi, come si disse in seguito, "apparirono quegli stessi incorporei soldati che erano la fonte del clamore e, immediatamente, diedero inizio, con vasto spiegamento di emblemi, suono di tamburi, colpi di moschetto, rimbombo di cannoni, nitriti di cavalli, al loro gioco mortale". L'intera battaglia fu rimessa in atto, completa di cariche, controcariche e generale caos distruttivo. Una settimana dopo furono inviati dal re Carlo I dei testimoni, che assistettero alla stessa scena e riconobbero persino i fantasmi di alcuni dei loro compagni caduti, tra cui quello dell'alfiere del re. Dopo questi fatti, la frequenza delle apparizioni and via via diminuendo. Non  per la Gran Bretagna a detenere il monopolio delle "guerre fantasma", e i racconti di armate spettrali sono antichi quanto lo  la guerra stessa. Documenti assiri parlano di bande che assaltavano citt del deserto spettrali quanto loro e non c' dubbio che le grida di battaglia di uomini morti da lungo tempo avessero aleggiato su Troia spazzata dai venti ed echeggiato sulla piana di Maratona.
I campi di battaglia sembrano essere il luogo dove la terra, il legno e la pietra assorbono lo spirito dei moribondi. Trattengono, quasi fossero negativi fotografici, le immagini di coloro che vi morirono e le possono reimprimere all'infinito sulla retina dei viventi. Quello che noi, comuni mortali, vediamo, spesso non  facilmente decifrabile. Per esempio, nel distretto minerario di Flintshire, nel Galles, la gente del luogo era da tempo disturbata da un'apparizione che si manifestava su un dosso, situato tra i cumuli di scorie tipici della zona. Sulla sua sommit, marciava avanti e indietro con passo misurato, con falcate che sembravano essere a tempo col battito regolare del cuore, la figura di un antico combattente. Quella spettrale sentinella aveva mantenuto la sua veglia solitaria anno dopo anno, decade dopo decade, e, nelle notti cos buie che persino i gufi erano spaventati, si poteva vederne risplendere l'armatura dai riflessi d'oro. Infine, armati dello spirito razionalista di ricerca scientifica che fior all'inizio del XIX secolo, arrivarono gli archeologi. Scoprirono che quel dosso era in realt un tumulo funerario che quando venne scavato rivel, tra una profusione caotica di ossa umane, lo scheletro intatto di un uomo alto che indossava un corsetto in bronzo. Il resto dell'armatura era rivestito d'oro. Quello stile era di tipo etrusco, particolarmente amato dai legionari romani che, nel I secolo d.C, avevano invaso il sud del Galles. Vi avevano incontrato la fiera resistenza delle trib locali, il cui capo era Caratacus. Nella zona che in seguito fu il luogo del tumulo funerario, il centurione romano dall'armatura d'oro era certamente caduto in una delle tante battaglie e il suo spirito aveva per sempre vegliato, come una sentinella, a salvaguardia del sonno dei suoi compagni nella fossa comune. Lo scheletro e la bella armatura furono destinati a un posto d'onore nel British Museum; al posto di una bara gli fu assegnata una teca di vetro, dove  ancora possibile ammirarlo. Con la demolizione del tumulo e la rimozione dei resti
umani che conteneva, il fantasma spar, sollevato, dopo 1400 anni, dal suo compito.
Oltre ai campi di battaglia, molti altri luoghi storici furono frequentati da fantasmi: in pratica ovunque avvenissero fatti cruenti c'era la possibilit che un fantasma reclamasse il territorio. I Celti, in particolare, furono prodighi nel creare luoghi di questo tipo. Nel corso dei loro riti stagionali, praticavano sacrifici umani per ingraziare i loro di assetati di sangue e, a volte, secondo fatti avvenuti nel II secolo a.C. e riportati dallo storico greco Posidonio nel resoconto dei suoi viaggi in Gallia, anche per favorire le profezie. Posidonio not che i sacerdoti druidici dei Celti predicevano il futuro dal modo in cui si contorcevano le vittime sacrificali umane. I boschetti segreti dove si compivano questi riti erano luoghi spaventosi. Uno di questi, scoperto nei pressi di Marsiglia, fu descritto dallo scrittore romano Marcus Annaeus Lucanus, noto come Lucano. L'ombra regnava tra gli alberi e gli altari degli dei: "Nudi e sinistri blocchi di legno grezzo, marcescenti dal tempo", erano seminascosti dall'oscurit del fogliame. "Gli dei barbarici che qui venivano adorati avevano i loro altari ricolmi di offerte spaventose e ogni albero intorno era spruzzato di sangue umano". Lucano aggiunse che i Celti evitavano quel luogo, ritenendolo stregato. Forse, anche i Romani condivisero quel timore e comunque, ritenendo quelle barbare pratiche sacrificali inaccettabili, distrussero il bosco e, presumibilmente, tutti gli altri che incontrarono.
In alcuni casi, la responsabilit di antichi atti di crudelt non fu di facile attribuzione. Durante il secolo scorso, gli abitanti di
Reculver, sulla costa del Kent, si convinsero che qualcosa di atroce doveva essere un tempo accaduto nella fortezza locale. Questa era ormai un rudere, che sigillava tra i suoi resti il segno delle successive ondate di conquista e di residenza dei Celti, dei Romani e dei Sassoni. Nelle notti di tempesta attorno alla fortezza si poteva udire il pianto di bambini, gemiti e singhiozzi strazianti che duravano per ore. Ci continu per molto tempo e gli abitanti evitavano di spingersi fin l, anche perch era impossibile porre fine a quello strazio. Vennero alla fine fatti degli scavi che rivelarono un ammasso di scheletri, i resti di bambini sepolti vivi, dissero gli esperti, per qualche antica forma di sacrificio. Chi fosse stato a perpetrare un crimine simile e per quale ragione, non furono in grado di dirlo.
In tempi meglio documentati, le apparizioni erano spesso legate ai luoghi delle pubbliche esecuzioni, non la sola umile forca e il patibolo ma anche le prigioni, dove i potenti trovavano la loro fine. Il castello di Berkeley, che si erge grigio e cupo dalle marcite del Gloucestershire, risuon a lungo delle urla angosciate dei dannati a causa dell'orribile omicidio avvenuto tra le sue mura. Il debole re Plantageneto Edoardo II, lui stesso autore di indicibili atrocit, fu ucciso in una cella del castello, infilzato da un attizzatoio rovente per ordine di sua moglie, Isabella di Francia. Lei stessa sub a sua volta un orrendo destino: a seguito dell'omicidio, fu imprigionata a Castle Rising, nel Norfolk, dove impazz. Trascorse ogni giorno della sua vita urlando e strepitando, lacerandosi le carni. Per secoli, dopo che fu morta, si sent l'eco delle sue urla risuonare sulle scale di pietra che conducevano alla sicura dove era stata tenuta prigioniera.
La lista dei luoghi frequentati da fantasmi sarebbe veramente lunga; alcuni castelli contengono diversi spettri, generati da assassinii o esecuzioni: quello di Glamis, in Scozia, ne conta addirittura nove. Esiste per un luogo che si distingue tra tutti gli altri; non c' fortezza che raccolga cos tanti morti senza pace quanto la Torre di Londra, la fortezza-prigione sulle rive del Tamigi.
... cos massiccia da sembrare troppo pesante per il suolo che la sorregge.  circondata da bastioni difensivi, un fossato e due alti muraglioni concentrici, intersecati da parecchie torri. In alcune di loro -Bloody Tower, Salt Tower e Beauchamp Tower - si trovavano le celle dei prigionieri, camere opprimenti in cui lo spazio  stato compresso dal peso della pietra in cui sono state ricavate. Vi si arriva tramite buie e strette scale che sembrano esser state intagliate nella roccia viva. Sulle pareti trasudanti delle prigioni sono graffiate le parole dei condannati che vi languirono e morirono, un miscuglio di preghiere e di proteste, di nomi e monogrammi. Le torri circondano il cuore della fortezza, la quadri-turrita Torre Bianca di Guglielmo il Conquistatore, alta ventisette metri e vecchia di nove secoli, nella sua cripta si trovavano un tempo le celle di tortura e, alla sua base, sul quel prato placido e ben curato che prende il nome di Tower Green, vi era il ceppo del boia. Sotto quel grazioso tappeto verde e al disotto dei pavimenti della cappella di San Pietro ad Vincula giacciono le ossa di centinaia di morti decapitati nella Torre. Oltre a essere una prigione, la Torre ha in epoche diverse assunto altre funzioni: di caserma, armeria e, a volte, di palazzo reale. Durante il giorno, per quanto sempre minacciosa d'aspetto, era un luogo brulicante d'attivit. Ma al tramonto, quando i cancelli erano chiusi a chiave e le chiavi venivano consegnate alla custodia del capo guardiano, la fortezza si trasformava lentamente. Le ombre si allungavano sulle mura di pietra e Tower Green si riduceva a uno scuro rettangolo. I corvi che vi passeggiavano impettiti cessavano i loro rauchi richiami e i rumori della guarnigione arrivavano attutiti dagli alloggiamenti.
nell'oscurit, il silenzio scendeva sul cortile interno, interrotto solo dal passo cadenzato delle sentinelle che percorrevano i camminamenti e dagli ordini smorzati che impartivano per avvicendare i turni di guardia. Quelle guardie per non camminavano sole e ne erano consapevoli. I fantasmi di coloro i cui corpi avevano ingrassato l'erba di Tower Green e popolato il sottosuolo di fronte all'altare di San Pietro ad Vincula, emergevano alla fine del giorno e camminavano, come usavano fare da vivi.
nel tardo XV secolo, alcune guardie che stavano passando per la scala della Bloody Tower videro quello che sembrava una coppia di ombre muoversi lentamente lungo le mura. Erano alti come bambini e si tenevano per mano; miti e silenziose, le piccole apparizioni scivolarono gi per le scale e sparirono. Tra le ipotesi che si fecero a seguito del fatto, molti erano propensi a collegare le ombre con i fantasmi di Edoardo e Riccardo Plantageneto, imprigionati e forse uccisi nella Torre nel 1483, durante le lotte di successione conosciute col nome di Guerra delle Due Rose. Si mormorava che fossero stati uccisi per ordine di un loro zio che, nel caso in cui fossero morti, avrebbe acquisito il diritto di ascesa al trono e preso la corona col nome di
Riccardo III. Questi sospetti per non trovarono mai una conferma definitiva e le due ombre senza nome continuarono ad apparire per altri due secoli. Nel XVII secolo furono scoperti, in prossimit della Bloody Tower, due piccoli scheletri che vennero attribuiti ai giovani principi e fu data loro sepoltura all'interno dell'abbazia di Westminster. Da allora, quei patetici spettri non furono pi visti. Ebbero tuttavia un'infinit di successori, generati per la maggior parte dall'epoca sanguinosa e turbolenta dei sovrani Tudor. I primi fantasmi dell'epoca Tudor non erano sempre vaghe e fluttuanti apparizioni ma piuttosto verosimili attori di scene cruente, ripetute di notte sotto gli occhi terrorizzati delle guardie. Poco prima che albeggiasse sulla collina della Torre - nelle ore dell'ultimo turno di guardia - al centro dell'erba del Green appariva, irreale eppure solido d'aspetto, il ceppo del boia. Era affiancato da due fantasmi: una donna anziana, vestita con maniche a sbuffo e le rigide gonne in broccato dei tempi antichi e il suo boia, un uomo corpulento, celato dietro a un cappuccio nero. L'uomo la trascinava verso i gradini del patibolo, mentre lei urlava senza freno. Poi, liberatasi con uno strattone dalla sua presa gli url: "La mia testa non ha mai commesso tradimento. Se la vuoi, vieni a prendertela, se ci riesci". Fugg via. Corse per molte volte tutt'intorno al Green, ansante come un animale inseguito, zigzagando e schivando, sempre con il boia alle calcagna. Mentre la inseguiva, lui faceva roteare la scure scintillante verso le spalle, la schiena e la testa della donna e ogni volta provocava schizzi di sangue e urla sempre pi forti della sua vittima. Alla fine la poveretta cadde sulle ginocchia e i capelli, bagnati di sangue, le si sparsero sulle spalle. Il boia la trascin nuovamente verso il ceppo e questa volta lei non ebbe pi la forza di resistergli. La scure venne alzata e abbassata sul collo e si vide la testa separata dal corpo rotolare via. A quel punto, ceppo, donna, boia, sparivano dalla vista. Gli storici concordano sul fatto che quel brutale incidente si sia effettivamente verificato in occasione dell'esecuzione della contessa di Salisbury, nel 1541. Le rimostranze della coraggiosa donna erano veritiere: lei stessa non si era macchiata del reato di tradimento ma era la madre del cardinale Pole, che si era fermamente opposto alla separazione dalla Chiesa Romana, voluta da Enrico VIII. Il cardinale era riuscito a fuggire a Roma per sottrarsi alla collera del re e questi, com'era sua abitudine, fece ricadere sulla famiglia il peso del reale scontento.
Altri spettri dell'epoca Tudor facevano la loro comparsa di
tanto in tanto, sul suolo della Torre. Tra loro, spiccava la bianca figura di Jane Grey, la "regina di nove giorni". Appariva ogni dodici di febbraio, all'anniversario della sua esecuzione, avvenuta nel 1554.
Questa povera vittima delle ambizioni dei genitori, che fu ingiustamente messa sul trono che spettava a Mary Tudor all'et di diciassette anni, guard dalla finestra della sua cella - nella Torre - il marito che veniva condotto al patibolo e non distolse lo sguardo neppure quando il corpo decapitato, avvolto in un lenzuolo imbrattato di sangue, fu portato via su un carretto. Per tutto il tempo sent il martellare degli uomini che preparavano il suo stesso patibolo: una piattaforma costruita molto alta, per far s che tutti vedessero chiaramente la decapitazione.
And docilmente alla morte, recitando: "Abbi piet di me, o Signore". Chi assistette all'esecuzione comment in seguito che quel corpo minuto aveva prodotto un effluvio straordinario di sangue.
Un fantasma, appartenente a un'altra generazione, che a volte girovagava per le sale della Torre era quello di sir Walter Raleigh, che vi trascorse comodamente tredici anni di prigionia. Gli era stata concessa la compagnia della moglie e, in quegli anni produsse la sua Storia dei mondo, e anche un figlio. Fin anch'egli al patibolo, sospettato da Giacomo I d'aver ordito una congiura.
Di tutte queste figure, nessuna riusc a catturare cos saldamente l'immaginazione pubblica quanto Anna Bolena, seconda moglie del pi volte ammogliato re Enrico VIII e madre di Elisabetta. Il re la volle far decapitare con l'accusa di adulterio e incesto - accuse probabilmente costruite, in quanto Enrico aveva gi deciso di disfarsi di lei. And allegramente incontro alla morte una bella mattina di maggio del 1536, vestita riccamente di un abito di damasco e di una cappa scarlatta. Sui capelli lucenti portava un diadema di perle. Con l'ostentazione che la distingueva, fece notare che aveva un collo "piccolo piccolo", troppo delicato perch lo recidesse il rude boia della Torre. Fu decapitata da uno spadaccino francese, appositamente addestrato. In quell'occasione, il governatore della Torre osserv:" Questa signora prende la morte con gioia e piacere". Il corpo decapitato fu collocato in una stretta cassa e sepolto sotto al pavimento di San Pietro ad Vincula. Anna Bolena era decisamente troppo vivace per riposare a lungo e il suo fantasma fu visto svolazzare per la Torre molti anni dopo la sua morte. Ancora nel
XIX secolo, divenne l'oggetto di un famoso incidente. Questo fatto accadde una notte; un ufficiale della guardia ferm una sentinella in perlustrazione e gli chiese spiegazioni su una luce che aveva visto provenire dalle finestre della cappella, una luce bassa, particolare e sicuramente non autorizzata. La sentinella, che conosceva bene quel tratto di ronda, gli rispose che non sapeva cosa generasse quella luce ma che era stata gi notata molte altre volte. Diede a capire di non voler andare a fondo della questione. L'ufficiale tent di aprire le porte della cappella, ma erano sprangate. Appoggi allora una scala al muro, vi sal e prese a guardare all'interno di una finestra: il salone brillava alla luce delle candele.
Nell'alone dorato si muoveva una splendida compagnia di uomini e donne, sfavillanti nelle loro sete e ornamenti tipici della corte Tudor. Si avviarono maestosamente lungo la navata verso l'altare, dove, uno a uno, discesero silenziosamente attraverso il pavimento. Quando l'ultimo di loro spar, anche la luce si attenu e la cappella rimase al buio. L'ufficiale aveva per riconosciuto, grazie ai ritratti, la pi orgogliosa di quella compagnia: si trattava, naturalmente, della regina Anna.
Poco dopo questo fatto, il pavimento della cappella venne sollevato e nel sotterraneo furono rinvenuti pi di duecento scheletri, tra cui quello della sfortunata regina, che continu ad apparire molte altre volte nel corso degli anni.
In genere, si presentava senza testa, cos come era morta. Si diceva che una sentinella fosse morta per lo spavento e che un'altra fosse finita sotto corte marziale per essere svenuta
in servizio, quando il fantasma della regina, ignorando la sfida che il soldato le aveva coraggiosamente lanciato, gli pass attraverso; fu salvato solo dalla testimonianza di altri che avevano visto l'apparizione, nessuno vide mai pi la regina riccamente abbigliata e raggiante di bellezza come quando fu all'apice del suo potere e splendeva del favore del re.
Coloro che erano stati massacrati, sacrificati, giustiziati, tutti quelli che erano morti per un atto di violenza o crudelt sembravano impregnare il luogo del loro trapasso di un'energia latente, una tensione compressa che, periodicamente, trovava uno sfogo nelle apparizioni dei fantasmi. Tale tensione non veniva sempre a crearsi in un luogo a causa di un singolo e spaventoso episodio, poteva accumularsi nel corso del tempo. Per questo motivo i luoghi pi comunemente frequentati da fantasmi non erano i campi di battaglia e le prigioni, ma le case. Case ordinarie che la gente costruiva e dove trascorreva l'esistenza. La parola inglese fiaunt ("infestata dagli spiriti") deriva dall'antico inglese e ha la stessa radice della parola home ("casa"). Ecco che, letteralmente, haunt significa "possedere la casa".
Dopotutto, una casa  sempre stata qualcosa di pi di un tetto per ripararsi o di un focolare per riscaldarsi.  anche la rappresentazione di pietra delle persone che la abitano. Tutto ci che  in una casa  parte e testimonianza delle persone che ci vivono, plasmato dalla loro presenza. Perci la casa ha qualcosa di spirituale oltre che di materiale e questa doppia realt continua a esistere per sempre. Una casa non  mai un'entit separata, indipendente dalle influenze esterne, nel corso di tutta la storia dell'umanit, gli uomini hanno sentito il bisogno di dare alle loro case una sorta di "protezione" contro il male e la sfortuna. Ancora fino al XIX secolo in Europa si usava, per favorire la buona sorte in una casa, mettere del pane (la materia della vita) e del sale (simbolo di purezza) nelle fondamenta della costruzione. In tempi pi remoti e pagani si faceva comunemente ricorso a misure pi singolari: si credeva che la costruzione di una casa disturbasse gli di che allignavano nella terra e che dovevano essere propiziati col sacrificio di sangue, o la casa stessa sarebbe crollata; a volte, i sacrifici erano umani, come attesta la scoperta di scheletri e crani di uomini murati nelle fondamenta di alcuni edifici in Europa.  anche possibile che i bambini ritrovati nella fortezza di Reculver vi furono sepolti vivi per assicurare la tenuta della struttura. Il sacrificio, oltre a placare gli di della terra, aveva un'altra funzione: si credeva che lo spirito della persona immolata avrebbe per sempre frequentato quel luogo, allontanando la presenza di altri spiriti malvagi.
Con il progresso della civilt, l'idea del sacrificio umano divenne sempre meno accettabile; vennero cos alterati i rituali e vennero sacrificati dei semplici animali. Si dice che Guglielmo il Conquistatore volle che, nella calce impiegata per la costruzione della Torre di Londra, fosse mescolato del sangue di bue. nelle comuni abitazioni, durante la costruzione, spesso venivano poste, tra le mura o nelle fondamenta, le carcasse di galline, gatti o altri animali. In Scandinavia era costume, sia nella costruzione di chiese che di abitazioni, attribuire un nome particolare agli spiriti degli animali sacrificati: Kirkevarer, "custodi della chiesa" o "abitanti della chiesa".
L'animale prescelto poteva essere il primo ad aggirarsi in prossimit del sito di costruzione. Pi spesso, si trattava di un agnello, che nelle chiese veniva sepolto sotto l'altare. Vedere il suo piccolo spettro aggirarsi sul sagrato della chiesa durante la notte o tra le fila dei banchi era presagio di morte.
Nel Medioevo, dai paesi slavi alle isole britanniche, si ricorreva a un'altra forma di protezione: nelle fondamenta degli edifici venivano intrappolate delle ombre umane. Le origini di questa pratica antica affondano nella credenza che l'ombra di un individuo - quella singolare compagna che a volte imita i nostri movimenti, e altre volte si cela al nostro sguardo - sia viva. Di conseguenza, "seppellire" un'ombra all'interno di un edificio aveva la stessa valenza dell'immolazione di una vittima sacrificale, nel corso del tempo, questa credenza condusse all'adozione di pratiche discutibili, di cui oggi rimane solo un vago ricordo. Si diceva che nei villaggi sperduti della Romania i capomastri avrebbero indotto gli stranieri ad avvicinarsi ai cantieri e a proiettare la loro ombra in modo tale che cadesse nel punto in cui sarebbe stata posta la prima pietra. I costruttori incoraggiavano loschi specialisti in fatto di protezione: erano i mercanti di ombre. Questi furtivi commercianti avevano anche escogitato un sistema per "misurare" l'ombra di una persona: quando questa si fosse proiettata al suolo, ci avrebbero gettato sopra una corda o un bastoncino. Le misurazioni ottenute con questo sistema erano considerate equivalenti all'aver "intrappolato" l'ombra: gli strumenti di misurazione erano poi venduti ai costruttori, che li seppellivano nelle fondamenta. Tale forma di commercio, lungi dall'essere un'alternativa
"umana" al sacrificio, era equivalente all'assassinio; si credeva infatti che chiunque fosse stato privato della propria ombra si sarebbe consumato fino alla morte, senza neppure rendersi conto di cosa gli fosse capitato. La protezione delle case non avveniva solo nella fase di costruzione: anche le case ultimate venivano tutelate con ogni forma di scongiuri, particolarmente presso le porte. I Celti, che credevano che la forza e l'anima di una persona rimanessero nel cranio dopo la morte, appendevano quelli dei nemici vinti alle pareti delle loro case o li collocavano entro nicchie perch le proteggessero.
Altri guardiani meno lugubri provenivano dal mondo vegetale. In Inghilterra, i ramoscelli di sorbo, da sempre considerata una pianta augurale, un tempo ornavano comunemente le architravi delle case; un'altra pianta dalle stesse funzioni e ancora pi diffusa era il semprevivo, che si piantava sui tetti delle case di tutta Europa.
Questa pianta succulenta consiste di una madre a forma di rosetta che si riproduce continuamente generando germogli gi dotati di radici, caratteristica dalla quale deriva il nome utilizzato nei paesi anglosassoni per indicarla: "chioccia coi pulcini".
Il semprevivo era sacro alle divinit, dai paesi mediterranei, dove era simbolo di Zeus, a quelli teutonici, dove rappresentava il dio Thor. Tra le sue numerose propriet, si credeva che allontanasse i fulmini e gli spiriti maligni. In Inghilterra, ci si raccomandava di non staccare mai i suoi fiori dal tetto di una casa, o i suoi abitanti sarebbero morti.
Il ferro ha poi naturalmente sempre fatto da scudo contro gli spiriti dell'altro mondo, sia sotto forma di ferro di cavallo, appeso sopra la porta, sia come un paio di forbici aperto a forma di croce e posto sotto la soglia. Poteva poi prendere la forma di un battente, magari dalla figura minacciosa e accigliata che ricordasse i crani dei Celti. Tutte queste precauzioni erano ritenute efficaci contro streghe, demoni e ogni genere di spiriti maligni ma non erano intese a scoraggiare l'apparizione degli spiriti che "appartenevano" alla casa, le cui mura si erano come impregnate del loro sguardo, respiro e voce. Al momento della morte e della sepoltura, si prendeva ogni precauzione per accelerare il pi possibile il passaggio del morto all'aldilma nessuna di queste era assolutamente sicura perch, data la stretta intimit tra i morti e la loro casa, era sempre possibile che vi facessero ritorno. Gli irlandesi sospettavano che le occasioni festive esercitassero un'attrazione irresistibile sugli spiriti dei morti e, alla vigilia di natale, mettevano delle scodelle di latte sui davanzali delle finestre, per ristorare intere famiglie di spettri.
Le apparizioni di spettri "familiari" erano particolarmente comuni in Scandinavia, dove spesso si potevano vedere i morti che attendevano alle consuete attivit della loro esistenza terrena. Si raccontava di contadini che, da morti, tornavano ad accudire i loro animali, inutilmente, perch le bestie rimanevano affamate. Altre storie commoventi narravano di visite dei fantasmi degli antenati: una nonnina che tastava nervosamente la nuova tappezzeria appesa nel suo salotto, o una coppia di anziani che tornava sottobraccio dal cimitero alla sua casetta. L giunti si sarebbero seduti uno accanto all'altra nella piccola stanzetta, alimentando con pezzi di torba una stufa dove non ardeva alcun fuoco. Una particolarit di molti spettri casalinghi della Scandinavia era la loro marcata malignit, forse causata dall'invidia.
Indipendentemente da quanto affettuosa potesse essere stata in vita una persona, il suo spettro invariabilmente sembrava sempre pieno di scherno e malignit verso i viventi. Capitava perci che i parenti in lutto tornassero dal funerale, per trovare i loro congiunti appena morti accovacciati nella stalla o a cavalcioni della trave del tetto, sogghignando malignamente per tutto il tempo. Ancora peggiori erano quegli spettri che schernivano e si facevano beffe dei viventi, imitandone la parlata in modo assurdo e delirante. La loro presenza richiedeva l'intervento degli esorcisti.
A eccezione dei paesi scandinavi, gli spiriti delle case non erano animati da alcuna ostilit manifesta; la maggior parte di loro era del tutto indifferente alle persone con cui aveva diviso l'esistenza. I loro spiriti fluttuavano nelle loro case d'un tempo, oppure, se in vita erano stati infelici o perseguitati dal peso di una malefatta, avrebbero ricreato scene della loro vita passata. Uno spettro di questo tipo faceva spesso la sua comparsa in una bella casa di campagna inglese, Bisham Abbey, nel Berkshire. Col suo manifestarsi, port alla scoperta di un delitto che l'assassino era riuscito a tener nascosto. Durante il regno di Elisabetta I, la casa era divenuta la residenza di sir Thomas Hoby, gi allora famoso per la sua elegante traduzione di quel capolavoro dei valori e dello stile dell'Alto Rinascimento che  Il Cortigiano di Baldesar Castiglione.
Hoby viveva a Bisham con la moglie Elizabeth, anch'ella un'eminente studiosa, e la loro vita insieme era trascorsa tranquilla e dignitosa. Quando Elizabeth mor, il suo fantasma fu spesso notato girovagare per le sale della casa, reggendo una bacinella nel tentativo, eternamente frustrato, di lavarsi le mani. Di una di queste apparizioni fu testimone, nel XIX secolo, un uomo che non credeva affatto agli spiriti. Era un ammiraglio della marina e Bisham Abbey era divenuta sua propriet. Un giorno si trovava nella sala centrale e stava osservando un ritratto di Elizabeth. Anche sulla tela, quella donna conservava il suo portamento forte e solenne. Indossava un abito nero, adorno di una candida pettorina di pizzo e di una gorgiera; il viso era incorniciato da un bianco velo pieghettato e le sue mani erano eleganti e affusolate, nello stile tanto apprezzato durante l'epoca elisabettiana.
L'ammiraglio osservava pensieroso il ritratto e questo, come a volte succede, sembrava ricambiarne lo sguardo. Nella stanza tutto era immobile, ma l'uomo avvert un movimento alle sue spalle. Si volt e vide Elizabeth Hoby in piedi, in mezzo alla sala.
Il fantasma gli lanci un triste sguardo mentre scivolava verso la porta, che attravers, per poi sparire. Si sarebbe senz'altro detto che Elizabeth fosse apparsa in sembianze piuttosto particolari: l'abito nero era ora bianco e il pizzo bianco era nero, come nel negativo di una fotografia. L'ammiraglio guard di nuovo il ritratto e vide che la cornice era vuota.
Sbalordito e credendo di essere impazzito, si pass una mano sugli occhi e, quando guard un'altra volta, il ritratto era al suo posto. Nessuno di tutti coloro che videro la triste ombra della donna sapeva il motivo per cui si aggirasse ancora per
Bisham Abbey. Una leggenda ce ne racconta la storia.
In et gi avanzata per avere figli, Elizabeth aveva dato alla luce un bambino, che fu chiamato William. Di lui si sa poco, solo che era apparentemente ritardato e selvaggio nel comportamento, specialmente rispetto agli altri due figli maschi Edward e Thomas, che in seguito avrebbero meritato il conferimento del cavalierato, e alle due figlie, Elizabeth e Ann. Elizabeth Hoby era nota non solo per la sua cultura ma anche per il disprezzo incontenibile che mostrava verso la stupidit e la trascuratezza e per il suo carattere oltremodo irascibile. Cos, quando quel suo figliolo meno dotato falliva ripetutamente le lezioni, la donna lo picchiava. All'epoca Tudor, il trattamento brutale dei giovani era pratica corrente: i genitori esercitavano il controllo pi assoluto sui propri figli.
La povera lady Jane Qrey raccont allo studioso Roger Ascham che i suoi genitori richiedevano da lei la perfezione assoluta e trattavano ogni lieve insuccesso con tale brutalit che si considerava all'inferno ogni volta che era in loro compagnia. Le sole pause in quel trattamento le trovava nella compagnia del suo tutore. Il comportamento di Elizabeth Hoby era comunque eccessivo anche per quell'epoca. William, infatti, mor a causa delle percosse. La famiglia Hoby, sotto la guida ferrea di Elizabeth, cospir per nascondere la tragedia. Il nome di William non appare nei documenti della famiglia ed  assente dalla tomba degli Hoby che si trova nella chiesa di Bisham. Stando alle antiche pietre corrose dal tempo e alle pergamene ingiallite, William non sarebbe mai esistito. Tuttavia, circolava
insistente la voce che Elizabeth avesse dato alla luce un quinto figlio, che era sopravvissuto alla prima infanzia e che, alcuni anni dopo, era scomparso. Si arrivava a sostenere che quel bambino fosse stato ucciso. Queste supposizioni sarebbero morte con Elizabeth, se il suo fantasma non avesse continuato ad aggirarsi tormentato per la casa. C'era poi dell'altro: si diceva che la donna avesse tralasciato di occultare prove evidenti. Alcuni anni dopo la sua morte, la casa venne ristrutturata e, nel corso dei lavori, gli operai trovarono un nascondiglio, celato dietro lo zoccolo della parete. Nel nascondiglio c'erano lavagne, antichi abbecedari, piccoli fogli di carta. Gli esercizi che si potevano decifrare
erano scritti disordinatamente, ma in uno di questi si poteva leggere un nome scribacchiato da un bambino: William Hoby.
La sua fu davvero una storia molto triste, come lo sono la maggior parte delle apparizioni di fantasmi nelle case, non necessariamente perch richiamano episodi di violenza o di dolore ma perch sembrano rappresentare un rimpianto e un desiderio malinconico per quello che non  pi. L'elemento commovente nelle apparizioni  simile alla consapevolezza che circonda i mortali: il sapere che tutto  transitorio, che anche i momenti pi spensierati sono fugaci e lasciano dietro di s solo ricordi. Lo stesso senso di tristezza persistente pervade il palazzo di Versailles, costruito per celebrare la grandezza di un uomo. Nel XVII secolo, Luigi
XIV, con l'aiuto dei pi brillanti architetti di Francia, fece trasformare un piccolo e rustico castello a quattordici miglia da Parigi in un maestoso complesso di edifici, posto su una superficie di cinquantasette miglia quadrate di parco e di bosco. Il parco era stato concepito in modo che, ovunque cadesse, lo sguardo dovesse subirne il fascino, la bellezza e persino un senso di timore. Ninfee marmoree giocavano eternamente nelle centinaia di fontane e, sui molteplici
specchi immobili d'acqua, Apolli dorati guidavano per sempre il carro di fuoco del sole. Nascosti nell'enorme propriet, c'erano anche dei castelli minori, bomboniere costruite per il ritiro del Re Sole e dei suoi discendenti. Tra questi castelli-satellite, vi erano l'elegante Marly, il soave Grand Trianon e quella visione di leggiadria che  il Petit Trianon. Quest'ultimo, eretto intorno a un parco in miniatura, fu voluto dall'erede del Re Sole, Luigi
XV, per alloggiarvi le sue amanti. L'occupante pi famosa, per, fu una regina del XVIII secolo: Maria Antonietta. Qui, nel Petit Trianon, lontanissimi dai gravi problemi economici e sociali che travagliavano la Francia, la famiglia reale e la sua corte ingannavano il tempo in feste, giochi e altri frivoli trastulli. Ora il luogo  tranquillo e quasi spoglio, il ricordo di un'epoca votata all'eleganza. A cavallo del nostro secolo tuttavia, due inglesi che lo visitarono vi trovarono ben altri elementi d'interesse oltre all'ammirazione di un monumento ai piaceri dell'Ancien Regime. Ecco la loro avventura.
Le due donne costituivano una coppia alquanto improbabile
per un rendez-vous con gli spettri. Anne Moberly e Eleanor
Jourdain erano brillanti studiose;
entrambe erano state presidi del St.Hugh College
dell'Universit di Oxford. Miss Jourdain aveva un appartamento a Parigi, dove insegnava alle giovani inglesi, dando un tocco finale di raffinatezza europea alla loro educazione. Accadde che miss Moberly, avendo a disposizione un mese di vacanze estive, si recasse a far visita all'amica e, una mattina d'agosto, le due donne andarono a visitare Versailles, dove non erano mai state e passeggiarono tra le meraviglie del luogo. Armate di guida turistica percorsero l'incendio dorato del Salone degli Specchi, gli appartamenti reali adorni di arazzi, i saloni affrescati. Infine, stordite da tanto splendore e cedendo alla tentazione della giornata estiva, uscirono a passeggiare nei giardini del palazzo. Traversarono viali fiancheggiati d'alberi, passarono per l'Orangerie, con le sue file geometriche di alberi piantati nelle grosse vasche, dirette verso il Petit Trianon, la cui eleganza, relativamente raccolta, sembrava pi congeniale al loro stato d'animo del palazzo di Luigi XIV. La giornata era nuvolosa e la brezza le accarezzava, portando con s il profumo dei fiori. Le donne oltrepassarono il Grand Trianon ed entrarono nell'ampio viale che, secondo la loro piantina, le avrebbe condotte al Petit Trianon. Miss Jourdain not allora un bel sentierino che portava in mezzo agli alberi e decisero di imboccarlo. Passeggiarono per un boschetto e una radura dove si trovavano una casa, un fienile e altri fabbricati annessi. Un aratro era appoggiato contro a un muro e, in una delle finestre, miss Moberly vide una donna che scuoteva un panno bianco. La sua compagna non la vide, anzi, ricord in seguito di aver pensato che quel posto fosse deserto (i ricordi delle due donne, in seguito descritti con minuzia da eruditi, avrebbero differito in molti piccoli particolari). Entrambe si sentirono improvvisamente in preda a una profonda tristezza, che sconfinava nella depressione. Miss Moberly scrisse poi che "non c'erano giochi di chiaroscuro e l'aria era ferma. Tutto sembrava intensamente immobile".
Comunque, proseguirono lungo il sentiero, finch incontrarono due giardinieri che stavano lavorando, muniti di vanga e carriola. Erano vestiti di verde e portavano dei cappelli a tre punte. Quando miss Jourdain si ferm per chiedere indicazioni, uno di loro fece un silenzioso cenno con la vanga e le due donne continuarono la loro passeggiata. Raggiunsero una casetta, o meglio, solo miss Jourdain ricorda questo particolare e di aver anche osservato questa scena: due donne stavano nel vano di una porta, e una porgeva all'altra una brocca. Indossavano abiti di un'altra epoca: gonne lunghe e fazzoletti bianchi drappeggiati intorno al collo e rimboccati nei loro corpetti. La Jourdain non fece alcun commento e non si accorse che la sua compagna non aveva notato nulla. Poco dopo, le due visitatrici si resero conto, allarmate, di essersi smarrite; si trovavano di fronte a un boschetto che contornava un padiglione circolare che, pens miss Moberly, le ricordava il palco dell'orchestra dei parchi. Entrambe, questa volta, videro un uomo che stava seduto da solo nel padiglione e fecero l'atto di indietreggiare. L'uomo portava un mantello scuro e un cappello a cencio e anche il suo viso era scuro, abbruttito dalle cicatrici del vaiolo, mentre la sua espressione era torva e minacciosa. La cosa pi sconcertante fu che l'uomo, che pur guardava direttamente nella direzione dov'erano le due donne, non diede segno di averle viste, quasi fossero invisibili. Ovviamente le due amiche intuirono che qualcosa non andava e si guardarono perplesse. Proprio in quel momento, sentirono dei passi affrettati alle loro spalle ma si videro comparire davanti un giovane che portava scarpe con fibbie e un mantello dal taglio antiquato. Questi si rivolse a loro in francese: "Signore, non andate da quella parte, per arrivare alla casa questa  la via" e indic la destra. Dopo aver fornito queste indicazioni, rivolse loro uno strano sorriso, riprese a correre e spar. Le due inglesi seguirono il suo consiglio e presero il sentiero sulla destra, che le condusse su un rustico ponte attraverso una stretta gola, da cui sgorgava una cascatella, cos vicina che si sarebbe potuto toccarla. Infine, emersero sugli eleganti giardini che portavano a una piccola, incantevole costruzione: erano arrivate all'entrata posteriore del Petit Trianon.
Sulla terrazza, da un lato dell'elegante doppia scalinata, miss Moberly vide una donna in abito bianco, ornato da un fisci verde pallido, intenta a disegnare qualcosa con molta passione e che, al loro passaggio, alz il viso. Miss Moberly ricord che fosse graziosa, per quanto non pi giovane. Miss Jourdain non la vide affatto e, come era accaduto in precedenza, pens che il luogo fosse deserto. Ciononostante, avvert come la presenza di qualcuno accanto a lei, e se ne chiese il perch. Per entrambe, a quel punto, la sensazione di oppressione e di tristezza era divenuta quasi intollerabile. Si sentirono pertanto sollevate quando un giovanotto dall'aria spigliata le condusse attraverso la casa verso l'uscita principale, dove le lasci, con un sorriso beffardo. Si ritrovarono nel bel mezzo di un movimentato ricevimento nuziale e la sensazione
di oppressione svan all'istante; la brezza riprese a soffiare e gli uccelli a cantare. Come disse in seguito miss Moberly, si sentirono nuovamente rinfrancate e si diressero, con una carrozza, all'hotel Des Reservoirs, nel villaggio di Versailles, dove presero un t. Tutte e due si astennero dal commentare la loro avventura, contente che la giornata si fosse conclusa. Quando poi confrontarono le loro esperienze, convennero che dovevano essere state testimoni di una serie di apparizioni. Chiedendosi di cosa, in realt, si fosse trattato, si accinsero a descrivere, in resoconti separati e dettagliati, i particolari di quell'episodio. Nel corso delle loro ricerche scoprirono che altre persone avevano visto le apparizioni al Petit Trianon e sempre durante il mese d'agosto. Durante una seconda visita a Versailles, ebbero modo di scoprire che non esisteva n il ponte, n la gola, n la cascata, n il padiglione. Questi esistevano nel 1789 ma gi nel 1901 erano spariti. Anche i sentieri che avevano percorso non esistevano pi e la porta da cui erano passate, scortate dallo spavaldo giovanotto, era sprangata da un secolo.
In pi vennero a sapere che i giardinieri a Versailles non portavano pi le uniformi verdi che si usavano nel 1789. Ne sapevano la data perch una donna che era presente a quel tempo ne aveva lasciato un resoconto, in cui descriveva Maria Antonietta intenta a disegnare sotto il sole e che si alzava a ricevere il messaggero che giungeva in tutta fretta da Parigi e le annunciava che la folla rivoluzionaria stava marciando su Versailles. L'uomo tetro dai capelli scuri era il conte De Vaudreuil, l'amante di una dama assai vicina alla regina e lui stesso una stella fulgida del firmamento quando la corte di Maria Antonietta brillava pi radiosa che mai; aveva incoraggiato tutte le leggerezze che avevano accelerato la caduta della regina e tratto enormi benefici dalla sua generosit. Comunque, all'approssimarsi della rivoluzione, fugg da Versailles, come molti altri del suo rango, per paura della folla. Tuttavia, le apparizioni avvenivano sempre in agosto e la marcia su Versailles era stata nel mese d'ottobre: le due donne avanzarono una teoria per questa discrepanza. Il giorno in cui avvenne l'apparizione era il 10 agosto: 10 agosto
1792, tre anni dopo la giornata trascorsa
nel Petit Trianon, la famiglia reale era a
Parigi, e fuggiva di rifugio in rifugio, sempre
inseguita dalla folla. Fu allora che la regina
si rese conto che tutto era perduto e che
solo la sua morte avrebbe soddisfatto la rabbia
del popolo francese. Forse, arrischiarono
le due inglesi, Maria Antonietta nel suo tormento
era ritornata con il pensiero a quegli
ultimi momenti sulla terrazza inondata di
sole, prima che il messaggero arrivasse a
spezzare per sempre quell'incanto. Forse l'intensit
del dolore della regina e l'impatto di
quel momento finale sulle fondamenta stesse
del palazzo, avevano portato al manifestarsi
delle apparizioni.
Chi poteva dirlo? Quando Maria Antonietta fu ghigliottinata nel
1793, Versailles era stata saccheggiata, i
rivoluzionari avevano depredato gli arredi
dorati dalle grandi sale e cancellato dalle
pareti gli emblemi reali. Qualcosa dello
spirito del Petit Trianon era per sopravvissuto.
Per quale altra ragione quel palazzo
voleva rivivere i suoi ultimi giorni di gloria
per qualcuno che ci si avventur cos tanti
anni dopo?

Il racconto del birraio.
Molto tempo fa, una casa della Cornovaglia occidentale chiamata Trewoof era divenuta la residenza dei fantasmi delle due amanti del proprietario: la sua governante e una donna pi giovane da lei avvelenata. Il fantasma pi giovane stava quieto nella stanza dove era morto ma quello della governante terrorizzava la casa, finch un esorcista lo confin nella stessa stanza e gli assegn il compito di cardare in eterno della lana. In seguito, rimasero In pochi a ricordare i particolari di quell'evento, anche se le voci indicavano una finestrella sotto la gronda, al disopra dei locali dove fermentava la birra, come il luogo dove erano imprigionati i fantasmi. Tuttavia non c'era modo di sincerarsene, perch durante le molte modifiche apportate ai piani superiori la stanza era stata isolata dal resto della casa, la porta cementata e incorporata a una parete.
Una notte d'ottobre, a tarda ora, un operaio che lavorava nei locali della birra sent dei colpi secchi provenire da sopra e, incuriosito, batt sul soffitto con la pala del malto. Gli risposero degli altri colpi e decise di andare a controllare. Appoggi una scala alla finestrella sotto la grondaia, sal e si mise a osservare attraverso i vetri impolverati nella stanza fiocamente illuminata. Sembrava che fosse stipata di immondizie, e gli parve di vedere dei movimenti. Quando riusc a mettere meglio a fuoco, si accorse che stava guardando un mucchio di lana nera, in mezzo alla quale stava seduta una creatura goffa, dalla testa massiccia incorniciata da capelli arruffati, le mani che si muovevano ritmicamente tirando fili di lana con un pettine per cardare. Era questa la governante di cui si narrava e l'istante dopo, l'uomo vide anche l'altro spettro: una cosa scarna, deturpata dal segni bluastri del veleno. Le due fissavano la finestra, blaterando e facendo cenni. L'operaio perse l'equilibrio e cadde. Quando lo trovarono, era ancora vivo e pot raccontare quello che aveva visto, ma avendo guardato un fantasma negli occhi, sapeva che la sua morte era prossima, cosa che avvenne la settimana successiva.

L'ospite di una casa di campagna inglese, dall'aria scossa e stralunata, affascin tutti i suoi commensali col racconto delle sue avventure notturne. La padrona di casa lo aveva avvertito che la sua camera da letto era infestata da un fantasma ma lui ne aveva riso. Dopo che si fu ritirato quella notte, si sent inspiegabilmente ansioso, anche perch la stanza era ben illuminata e molto confortevole. Per calmarsi i nervi, decise di dare un'occhiata sotto il letto e negli armadi. Esamin la cassapanca delle coperte e apr i cassetti di ogni tavolo. Era tutto tranquillo: nella stanza c'era solo lui. Dopo uno sguardo al corridoio deserto, chiuse la porta e gir la chiave, poi chiuse anche le finestre, vi mise il chiavistello, tir le tende e spense le candele, tranne una. And a letto, si tir le coperte sul mento e rimase in assoluto silenzio, in ascolto, ma non ud nulla, nemmeno un fruscio. Finalmente poteva rilassarsi, cos spense la candela
vicina al letto e, in quell'istante, ud una voce, una vocetta asciutta e soddisfatta, che sembrava provenire da un calamaio posto sullo scrittoio. Parl solo una volta, ma bast per tenerlo in uno stato di rigida veglia fino all'alba, e disse: "Adesso siamo ben chiusi dentro per la notte".

 I fantasmi del castello di Glamis.
Il castello di Glamis in Scozia, una visione di imponenza realizzata in pietra, giganteggia sulla campagna dell'Angus, non lasciando trasparire alcun segno dei drammi che ha conosciuto e che potrebbe tuttora raccontare, se le storie sui suoi fantasmi sono vere. Nel cuore della struttura si erge una massiccia costruzione chiamata semplicemente la Torre Quadrata. A quanto si dice, al suo interno si troverebbero delle camere segrete che raccolgono i fantasmi di generazioni della famiglia Lyon, signori di Glamis dal XIV secolo. Anche la storia dei conti di Strathmore (il titolo pi noto dei
Lyon), come quella di molte altre famiglie nobili, ha conosciuto i suoi capitoli oscuri, accanto a quelli gloriosi. Di ci che ha avuto luogo tra le mura del castello molto  andato dimenticato nel tempo e altro pu essere stato deliberatamente nascosto. Si diceva per esempio che in una stanza segreta della Torre fosse imprigionato un mostro, che veniva descritto a volte come la progenie semi-umana di un conte deceduto da tempo, a volte come una specie di vampiro che faceva la sua periodica comparsa fra i discendenti della famiglia. L'esistenza del mostro sarebbe stata notata solo da tre persone di ciascuna generazione: il futuro conte, il suo erede e il suo castaldo; essi, comunque, non ne avrebbero fatto parola con nessuno. Tuttavia, pare che nel XIX secolo un'ospite del castello lo abbia
potuto intravedere. L'ospite era un'imperturbabile giovane donna, interessata ai racconti che si facevano sulla creatura misteriosa, e forse per questa ragione insistette per farsi alloggiare nella torre. And tranquillamente a dormire ma quando si svegli si accorse che la stanza dove si trovava era cambiata; era diventata una cella, illuminata solo da una piccola finestra posta in alto sulla parete. Poi sent dei passi, o pi precisamente "il trascinarsi di un corpo sul pavimento unito al crocchiare di una giuntura ossea". Davanti a lei stava una figura inarcata, con braccia che parevano quelle di un ragno e una testa bestiale. Una combinazione demoniaca di tutto ci che  orrendo e bestiale. L'essere si stava trascinando verso il punto dove si trovava la ragazza, quando qualcuno fece sbatacchiare il catenaccio della porta, e l'incantesimo - se di quello si trattava - fu spezzato. La giovane donna lasci immediatamente la torre
e non volle pi farci ritorno. Nello stesso periodo, vi furono molti altri casi di apparizioni di fantasmi a Glamis, come quello di una donna, dalla lingua tagliata, che vagava per il parco, comprimendosi la bocca insanguinata. Una dama bianca fluttuava nei corridoi e un piccolo paggio, a volte, appariva fuori dagli appartamenti nobili. Il fulcro dell'interesse rimaneva per sempre concentrato sulla Torre Quadrata e i suoni sovrumani che da l provenivano. Alcuni credevano che esistesse una stanza segreta, mai scoperta, che conteneva gli scheletri rosicchiati e i fantasmi supplicanti di ben sedici membri del clan Ogilvy che, durante una guerra locale avvenuta nel XVII secolo, avevano cercato rifugio nel castello. Il signore del tempo li rinchiuse nella torre e, per motivi inspiegabili, li lasci morire di fame. La morte tuttavia non riusc a zittirli: negli anni che seguirono, le loro urla echeggiarono tra le mura del castello e risuonarono in mezzo
alle travi. Pi spesso, l'origine dei suoni che laceravano il
castello, era attribuita alle attivit del primo
lord Glamis, un dissoluto talmente perfido da
meritarsi il nome di "Malvagio Signore". La sua passione era il gioco, seconda solo al bere smodato. Una notte tempestosa, era una domenica, si trov senza il compagno per una partita a carte. Furioso, si diresse nella sua stanza, giurando che avrebbe giocato anche col diavolo in persona. Quasi subito, la porta si spalanc e fece il suo ingresso uno sconosciuto che gli rivolse un affabile sorriso e gli offr i suoi servigi. Il signore lo invit a sedere e i due cominciarono a giocare. Poco dopo, attirato dal rumore che i giocatori sollevavano nel corso di una partita piuttosto animata, un domestico si avvicin di soppiatto e si mise a origliare alla porta.
Lo sconosciuto distolse d'improvviso la sua attenzione dalle carte e indic la porta:
dal suo dito usc usc una sottilissima lama di luce che parve tagliare la stanza, attravers il buco della serratura e penetr nell'occhio dell'uomo. All'urlo del domestico, il Malvagio Signore si gir e, in quell'istante, lo straniero scomparve, poich poco prima aveva vinto l'anima del suo avversario. Il lord visse ancora per cinque anni, ma, a ogni anniversario di quella partita, puntuale al minuto, il diavolo tornava a reclamarlo. Dopo la morte, il suo fantasma appariva regolarmente nella camera da letto e giocava a carte col diavolo, come aveva fatto in vita. Il baccano che sollevavano era cos forte che gli eredi del lord fecero murare la stanza. Di tutti i fantasmi che frequentavano il castello, lord Glamis fu sempre ricordato con particolare chiarezza, anche perch pareva avesse maledetto i suoi pi diretti discendenti: tra i maschi, uno mor in duello, uno in una rissa, un altro ancora in una rivolta, e infine uno, mentre cenava da solo, avvelenato, a quanto si disse, dalla moglie. Anni dopo, la donna fu processata per stregoneria e bruciata al rogo, e pare che il suo fantasma si aggiri tuttora per il castello, come anche quello di uno dei conti - non si sa quale con precisione - che compare a notte fonda sulla merlatura ed  semplicemente chiamato "Il Conte Pazzo".

La fuga infuocata di una crudele signora.
Se un tempo l'Europa abbondava di case e campi di battaglia frequentati da fantasmi, Roma aveva il suo ponte spettrale: ponte Sisto, che solca il Tevere non lontano da palazzo Farnese. Nelle notti buie, i vagabondi che si trovavano sulla banchina del Lungotevere dei Vallati vedevano spesso una carrozza nera attraversare rombando il ponte, proseguire lungo l'argine e sparire nel fiume. La carrozza era tirata da cavalli neri e l'insieme era completamente avvolto dalle fiamme della perdizione. All'interno c'era una vecchia donna avvizzita, che stringeva due forzieri d'oro. Era lo spettro di Olimpia Maidalchini Pamphili, cognata di papa Innocenzo X; quando era viva avevano fatto un gioco di parole con il suo nome: "Olim Pia, Munc Impia", "un tempo pia, ora empia", e altri si riferivano a lei come la "Papessa", per via del controllo ferreo che aveva sul cognato, di cui si diceva fosse l'amante. Ciononostante, la donna aveva sempre trattato Innocenzo in modo freddo e spietato, anche in punto di morte; il papa era sul suo letto di morte che Olimpia, gi enormemente arricchitasi a sue spese, penetr nella stanza e si impadron di due forzieri d'oro che si trovavano sotto al letto. Non disse a nessuno che il Papa stava morendo e Innocenzo mor solo, coperto unicamente da un'esigua coperta. Quando Donna Olimpia mor, dovette espiare la sua perfida azione e per sempre il suo fantasma fu visto precipitarsi con fracasso attraverso il Tevere, un viaggio affannoso che conduceva inesorabilmente all'inferno.

Il perfetto nascondiglio.
Molte delle dimore inglesi ospitano il fantasma di una sposa, ma fra tutte, quella che forse ne aveva pi diritto era Marwell Hall, nei pressi di Owlesbury, nell'Hampshire. In quel caso, la sposa speriment un tremendo destino il giorno stesso delle nozze. Allegra e spensierata, con ancora indosso l'abito nuziale, la donna aveva insistito con gli ospiti perch si giocasse a nascondino; nel corso del gioco per, scomparve. Non la si trov n quel giorno e neppure nei giorni che seguirono, nonostante si fosse setacciata l'intera campagna circostante. Alla fine apparve evidente che la donna era morta, perch il suo spettro prese a volteggiare per i corridoi e ad armeggiare coi catenacci. Il mistero fu svelato anni pi tardi da un domestico che, mentre esplorava uno dei tanti solai della casa, aveva forzato un baule di quercia, trovandovi all'interno uno scheletro vestito da sposa. La donna era stata anche troppo brava nel trovare un nascondiglio, e probabilmente il coperchio era caduto e la serratura si era bloccata. Ora che il baule era stato riaperto, l'infelice fantasma fu liberato dal suo tormento e non si aggir pi per le stanze di Marwell Hall.

 L'ADUNATA DEGLI INCAPPUCCIATI.

Nei secoli passati, sulle montagne coperte di boschi del nord della Svezia, le lunghe notti invernali erano popolate da spiriti bramosi e irrequieti. Gli abitanti, isolati per mesi nei villaggi nascosti nelle pinete, passavano la maggior parte del tempo nelle loro case. Sapevano che l'oscurit della notte non gli apparteneva, che c'erano cose, al di fuori del cerchio sicuro del focolare, che era saggio non affrontare e nemmeno pensare. Tutto ci era particolarmente vero nel buio periodo del solstizio invernale, come ricorda questo racconto di Natale. Nella sua casa sulla collina, la mattina di Natale, una donna fu risvegliata dai rintocchi delle campane che echeggiavano nell'aria. Quando lo scampanio cess, la donna guard attentamente dalla finestra e si accorse che era ancora buio, come del resto sarebbe rimasto fin quasi a mezzogiorno durante quel periodo dell'anno. In lontananza per, gi nella valle, poteva vedere che le porte della chiesa del villaggio erano state spalancate e da esse fuorusciva una calda accogliente luce. Sebbene non sapesse con esattezza che ora fosse, le pareva chiaro che la messa di Natale stava
per cominciare; perci si vest in tutta fretta, si avvolse nello scialle pi caldo e, portando con s una lanterna per farsi luce, si incammin gi dalla collina in direzione della chiesa. Non vide nessuno dei suoi vicini e nessun rumore ruppe il silenzio ovattato, tranne il crepitio del ghiaccio che cadeva dai rami degli alberi e lo scricchiolio della neve sotto ai suoi passi. Avvicinandosi alla chiesa, cominci a sentire, portati dal vento, dei brani di inni e pertanto affrett il passo, rallegrata all'idea del tepore della chiesa e della presenza festosa dei fedeli. Giunta al portone, che era spalancato, abbass la sua lanterna e concentr i pensieri sul giorno festivo. Poteva scorgere nella navata file di teste incappucciate e osserv che i suoi vicini erano stati pi solerti di lei. Alla testa della congregazione c'era un prete, vestito non del bianco immacolato che avrebbe richiesto la giornata ma di un grigio indefinibile. Il prete osserv l'arrivo della donna ma si chin nuovamente sulle sue preghiere, cosicch il suo viso rimase in ombra. Discretamente, la donna scivol lungo la navata, cercando un posto a sedere tra le fila dei fedeli gioiosi. Una mano gentile venne in suo aiuto e una voce le mormor dolcemente: "Da questa parte, cara". La sua salvatrice la scort fino al centro della chiesa e i cantori, che erano cos presi dai loro inni, non alzarono la testa e nessuno la salut. Docilmente, la donna prese posto, con la sua guida al fianco. Dopo essersi accomodata dietro il banco, si gir verso di lei per ringraziarla ma le parole le morirono sulle labbra: la persona accanto a lei aveva gettato indietro il cappuccio che le nascondeva il viso e la donna la riconobbe all'istante,
nonostante fosse molto cambiata. Era la sua amatissima sorella, che lei stessa aveva composto nella bara l'autunno precedente, prima delle nevicate invernali. La sorella le mise una mano ossuta sul braccio e il viso corroso le si torse in un'espressione che avrebbe potuto essere di supplica. Non era facile a dirsi, perch la testa non era ormai altro che bianche ossa, coperte solo da pallidi brandelli di carne. La bocca priva di labbra si apr nell'atto di parlare e una zaffata dell'odore dolciastro della morte invest la donna. Non emise alcun suono ma tutto intorno a lei turbinava il canto quasi indistinto della messa. La donna liber il braccio dalla presa ossuta e fece per muoversi dal banco. La figura che le era accanto fece un movimento, e la donna ritrov la voce: "Siete i morti!", url. Come se la magia si fosse spezzata, il canto cess immediatamente e cadde un silenzio profondo, carico di attesa; le teste si voltarono verso di lei, cappucci scivolarono, vi fu un tramestio, un fruscio e un mormorio senza parole. Sent una mano cadrle sulle spalle e scatt all'indietro. Vide dietro di lei uno scheletro lucente e, accanto a questo, un altro. Ovunque, sulle fila indistinte dei banchi, ondeggiavano le figure dei morti; ne riconobbe alcuni, ancora in parte coperti di carne: era gente del villaggio, o perlomeno lo erano stati non molto tempo addietro. Qui si vedeva una scapola emergere dagli stracci di un abito, l una ciocca di capelli ancora attaccata al cranio biancheggiante. Alcuni erano ormai nient'altro che ossa e non poteva riconoscerli, altri, senz'altro quelli morti da pi tempo, si erano assottigliati al punto da apparire come ombre trasparenti.
All'unisono presero a muoversi, fluttuando a tentoni verso l'essere vivente che era tra loro, le mani appoggiate alle orecchie o protese a tastare l'aria. Ud accanto a s la voce della sorella: "Ti hanno sentita. Scappa, prima che ti trovino, perch ti vorranno con loro. Hanno sempre fame di nuovi arrivati!". La donna si lev tremante, ma, nonostante fosse stata molto cauta, ogni singolo cranio si volt subito nella sua direzione e dita ossute la indicarono. Scivol fuori dal banco e si trov nella navata. Le figure cenciose, aggrappate l'una all'altra, agitandosi, digrignando i denti, stirando i volti in ghigni baluginanti, cominciarono ad avvicinarsi. Camminando pi veloce che poteva, la donna si affrett gi per la navata ma loro le sciamarono dietro, guidati dal rumore dei suoi passi. Corse, mentre gi percepiva l'odore della terra e il puzzo della morte e si sentiva pungolare alla schiena. Una mano le afferr la spalla, ma riusc a liberarsi. Come raggiunse il portone, il suo scialle fu avvinghiato dalle dita cadaveriche ma se ne divincol e con un balzo si precipit fuori, nell'aria fredda della notte. Dietro di lei, ci fu un solo, protratto ululato, poi pi nulla. Stravolta dalla febbre, la donna si diresse verso la casa del prete, che trov appena sveglio e in procinto di preparare la messa di Natale. Gli raccont l'accaduto e lui stesso la riaccompagn in chiesa, reggendo alto davanti a s il crocifisso. La chiesa era vuota e tranquilla ma lo scialle della donna era rimasto accanto al portone, lacerato e dilaniato, in modo irriconoscibile.


Capitolo Quattro.
MANI PROTESE NEL VUOTO.

Al tempo in cui i vichinghi imperversavano sui mari del nord, l'isola di Samsey, poco lontana dalla costa della penisola dello Jutland, assicurava loro un porto sicuro per le lunghe navi e anche, per alcuni guerrieri scandinavi, il luogo di sepoltura: una landa rocciosa disseminata di tumuli funerari, situata sulla costa meridionale dell'isola. Era un posto solitario e silenzioso, a eccezione del respiro profondo del mare e dei lamenti dei venti invernali. All'interno dei tumuli, ricoperti di pietra e terriccio, in camere stipate di pugnali dorati e spade pesanti, riposavano i vichinghi caduti, ridotti a polvere nell'oscurit. Durante le notti, dei fuochi, i misteriosi "fuochi fatui" dell'Aldil che proteggevano le tombe dai predatori, tremolavano sopra i tumuli e l'intera brughiera. Alla loro luce si muovevano le figure scure e contorte degli spiriti dei tumuli, i morti senza pace che frequentavano quei luoghi. I viventi vi si avventuravano ben di rado e quei pochi andavano, solo di giorno, a consegnare alla terra qualche loro valoroso compagno. Ma un giorno una donna and alla ricerca dei morti.
Era una donna fuori del comune, per quei tempi: si chiamava Hervor ed era stata allevata nella casa del nonno materno, un potente nobile o un condottiero norvegese, perch la madre non aveva un marito che si occupasse della famiglia. Senza padre (la sua discendenza rimane un mistero) Hervor crebbe e divenne bella, selvaggia e combattiva. Disprezzava le gonne e i lavori femminili al telaio e al tombolo: preferiva indossare invece i pantaloni di lana e la tunica maschili. Quando fu abbastanza grande, prese a depredare i viandanti che attraversavano le terre di suo nonno. Questi la scopr e la fece rinchiudere in casa, ordinandole di portare abiti femminili. I servi, che lei maltrattava come faceva con chiunque la circondasse, cominciarono a insinuare che lei non era altro che la bastarda d'un servo, progenie di un custode di porci che aveva sedotto la madre. Hervor era per figlia di un eroe e, quando affront il nonno riportandogli le voci che correvano, lui la rassicur: suo padre era Agantyr, uno dei dodici figli del grande vichingo Arngrim, che morirono tutti in battaglia prima della sua nascita. Il loro tumulo funerario si trovava sull'isola di Samsey e con essi era sepolta la spada invincibile di Agantyr, chiamata Tyrfing. Era un'arma magica, costruita dai nani, un tesoro che solo l'erede legittimo di Agantyr poteva reclamare. Cos Hervor lasci la casa per reclamare l'eredit da quel padre che non aveva mai conosciuto. Vestita nuovamente
in abiti maschili e armata come un uomo, viaggi sola finch non incontr una banda di vichinghi a cui si aggreg, e sulla loro lunga nave salp alla volta di Samsey.
I guerrieri con i quali viaggiava si rifiutarono decisamente di avventurarsi nel versante meridionale dell'isola; sapevano tutti che gli spiriti dei tumuli non avevano piet contro chi osasse disturbare le loro tombe. Pronti com'erano a guerreggiare con qualunque essere vivente, non avrebbero mai rischiato di affrontare i morti, nemmeno nel caso di una giusta rivendicazione. Hervor discusse con loro per ore, all'ancoraggio lontano dalla costa, finch ottenne almeno di farsi portare a riva su una barca. I rematori la lasciarono l e velocemente fecero ritorno alla nave, senza mai rivolgere lo sguardo all'isola.
Il tramonto aveva cominciato a scendere sulla brughiera e i fuochi brillavano vividi sui tumuli. Attraversando quell'aspro terreno, Hervor si imbatt in un pastore solitario che stava radunando il gregge per la notte. Quando gli raccont della sua missione, lui la fiss e le disse che doveva essere pazza ad andare in un posto simile. Quella era l'ora in cui dai tumuli aperti uscivano esseri demoniaci. Poi si allontan zoppicando col suo gregge e presto i belati ansiosi e il sordo scampanellio si persero in lontananza. Il pastore non aveva detto nulla che Hervor gi non sapesse, quindi continu il suo cammino, guidata dal bagliore dei fuochi. Ben presto, si trov a camminare in mezzo ai tumuli, con lingue di fuoco che scaturivano dai lati del sentiero. Avanzando nei campi dei morti, pot udire un brontolio e un tramestio e, con la coda dell'occhio, intu delle sagome nere che levatesi da terra, si aggiravano tra le fiamme, ma, se si voltava per guardarli direttamente, vedeva soltanto il fuoco. Aveva la sensazione di essere seguita ma, di nuovo, quando si voltava non vedeva in mezzo ai tumuli alcun segno di altra presenza. Nonostante ci, a ogni passo che muoveva, sentiva l'aria addensarsi di un senso di profonda malignit. Giunse infine a un tumulo contrassegnato da una runa a lei nota: aveva trovato il luogo di sepoltura di suo padre e dei suoi fratelli. Hervor rimase dietro alla pietra d'ingresso e ne esamin le iscrizioni, poi prese a gridare: "Svegliati, Agantyr! Tua figlia Hervor ti chiama!". L'eco del suo grido si spense senza risposta. Tutto era silenzio, a eccezione del crepitio delle fiammelle verdastre che parevano trarre tutto il colore dal mondo e davano un senso di gelo, non di tepore. Hervor chiam ancora il nome del padre e gli ingiunse di consegnarle la spada Tyrfing. Di nuovo, le rispose soltanto il silenzio. Chiam allora per la terza volta, ordinando al padre di risponderle, con questa minaccia: "Se non mi porti la spada, che tu possa sentire i vermi che ti rodono per sempre, finch ti dissolverai".
Passarono alcuni momenti, poi una voce parl, dall'interno del tumulo, una voce gelida e soffocata, che non aveva nulla di umano. "Perch mi chiami, Hervor? Figlia, sei pazza a svegliare i morti". Intorno alla pietra, le fiamme danzarono ancor pi vive. Imperterrita, Hervor reclam di nuovo la sua eredit e aggiunse, con la tracotanza dei giovani: "Non si addice a un fantasma portare armi costose". Dall'ingresso della tomba si avvert un movimento e un suono raschiante; la linea scura che contrassegnava il margine della pietra d'ingresso si fece
pi larga. La pietra si mosse e una folata d'aria fredda e umida, pregna dell'odore della morte, la invest. Hervor indietreggi ma non si allontan dalla tomba. La gelida voce si ud nuovamente, questa volta pi chiara. Avvertiva Hervor del potere della spada e della sua punta avvelenata. In toni squillanti disse alla donna che nessuno l'avrebbe mai sconfitta mentre portava quella spada, ma che Tyrfing sarebbe stata la rovina dei suoi discendenti. A Hervor questo non interessava e lo disse, ripetendo che voleva la sua eredit. L'apertura al margine della pietra si spalanc all'improvviso, qualcosa di bianco balen nell'aria, forse un braccio, ma si muoveva troppo in fretta perch Hervor ne fosse certa. Un oggetto guizz luccicando nell'aria. Poi, la spada Tyrfing, scintillante di filigrana d'argento e risplendente di gioielli cadde, con suono metallico, al suolo davanti a lei. La raccolse e cant una benedizione sulla tomba del padre. Poi si rimise di nuovo in cammino nel paesaggio carico di ombre, verso la terra dei viventi. Armata della sua spada, Hervor si fece pi calma con l'et. Col tempo, spos un potente nobile ed ebbe due figli, che divennero fieri guerrieri, come lo era stato il loro nonno. La spada dei morti tuttavia portava con s la maledizione e, come aveva predetto Agantyr, il suo possesso fu la rovina dei discendenti di Hervor, che finirono con l'uccidersi l'uno con l'altro. I figli di Hervor crebbero e divennero giovani, belli e forti; il pi grande, Agantyr, era d'animo buono e amato da tutti ma il pi giovane, Heidrek, era perfido. Heidrek uccise il fratello nel corso di una festa, alcuni dissero con una pietra, altri con la spada Tyrfing. In ogni caso, fu mandato in esilio per il suo crimine e port con s la spada e la maledizione. Con l'aiuto di Tyrfing, conquist potere, terre e uomini a sufficienza da divenire un re e spos la figlia di un altro re, che aveva enormi possedimenti in Russia. Smanioso di impossessarsi di tutto, uccise anche il suocero. ??? potendo sopportare il dolore causato da questo terribile delitto, la moglie di Heidrek si impicc. Lui stesso fin ignominiosamente per mano di schiavi che aveva catturato nel corso di una delle tante battaglie.
Aveva avuto due figli, i nipoti di Hervor. Uno di essi uccise l'altro con la spada durante una lite per la successione. Dopo questi fatti, la spada maledetta spar. La vicenda di Hervor  complessa ma nel suo evento centrale, il richiamo dello spirito del padre,  tutt'altro che unica.
Nel corso di tutta la storia dell'umanit (per quanto ci sia avvenuto pi spesso nel passato che ai giorni nostri) i morti sono stati richiamati dal sonno eterno. A volte questo avveniva inavvertitamente, liberando con l'incuria e l'ignoranza esseri che avrebbero dovuto rimanere legati al loro mondo ostile. In ogni caso, fosse accidentale o deliberata, questa frattura dell'ordine naturale delle cose rappresentava un evento estremamente serio. Naturalmente, la maggior parte della gente ricorreva a ogni mezzo pur di affrettare i morti verso la loro nuova destinazione e mantenerveli; si svilupp pertanto una serie di tradizioni funebri intese ad assicurare che i morti non facessero ritorno. Nelle isole britanniche, quando la morte arrivava in una casa, si aprivano al pi presto le porte e le finestre, per far passare agevolmente l'anima in transito, si scioglievano tutti i nodi perch lo spirito non vi rimanesse ingarbugliato e si coprivano gli specchi perch l'anima non rimanesse intrappolata nel suo stesso
riflesso. Si facevano uscire gli animali domestici perch l'anima appena rilasciata non entrasse in uno di loro e perseguitasse il loro padrone. Spesso si metteva del sale - antidoto, nella sua purezza, del male -sul petto del cadavere. Anche in Danimarca, tutti i dettagli che comportavano l'esposizione del cadavere erano intesi al mantenimento della pace. Gli alluci venivano legati per "azzoppare" il morto, si ponevano due monete sugli occhi per tenerli chiusi e si appoggiavano un paio di forbici aperte sullo stomaco, perch si credeva che il metallo combattesse le forze malefiche. Prima che il cadavere fosse sepolto, era proibito ogni movimento circolare all'interno della casa, perch si riteneva disturbasse i morti, persino la macinatura della senape e del malto era vietata, per via del movimento rotatorio del pestello nel mortaio. Nei giorni che intercorrevano tra la morte e la sepoltura, il cadavere era continuamente vegliato e vi si accendevano intorno candele per allontanare le ombre incombenti. Anche le lacrime erano scoraggiate, perch se fossero cadute sul viso del morto, avrebbero reso pi difficile all'anima allontanarsi da coloro che aveva amato in vita. Gli irlandesi portavano quest'usanza all'estremo, e le loro allegre e movimentate veglie che duravano tutta la notte sembravano voler mascherare il dolore e la paura con risate, bevande e persino giochi a carte. Quando poi il corpo era stato sigillato nella prigione della bara per la sepoltura, veniva portato fuori dalla casa con i piedi in avanti, in modo che lo spirito non fosse facilmente in grado di ritrovare la strada che conduceva dalla casa al cimitero. A volte si arrivava a far girare pi volte la bara nel cimitero, per confondere i fantasmi sulla giusta direzione verso casa. Da tempi immemorabili, si usava porre nella tomba stessa gli oggetti a cui il morto era stato affezionato, in modo che i fantasmi non sentissero il bisogno di ritornare fra i viventi per ritrovare i loro beni. Le tombe vichinghe, come quella di Agantyr, erano veri e propri cumuli di tesori traboccanti di armi, collari e bracciali d'oro, gemme, denaro, vasellame e persino di corpi dei cavalli, uccisi per far loro compagnia. A volte si ricorreva anche al sacrificio degli schiavi, che venivano deposti accanto ai loro padroni per tener loro compagnia nell'aldil e impedire che cercassero quella dei viventi. Anche molto tempo dopo che l'Europa aveva abbandonato le sue abitudini pi barbare, si continu a equipaggiare le tombe con ogni genere di oggetti e beni materiali, anche se su scala pi ridotta. In molti casi, si interravano quegli oggetti che la persona aveva con s al momento della morte per evitare che lo spirito del morto tornasse a cercarli; questo avveniva per le persone pi diverse: dal prete, che veniva sepolto,
alle donne che morivano durante la gravidanza - che si pensava avessero bisogno di attenzioni particolari, di oggetti per il bambino che poteva nascere nell'altro mondo - e che venivano sepolte con acqua benedetta per battezzare il bambino, denaro per pagare la cerimonia, fasce e pannolini, ago e filo. Gli assassini, i morti suicidi e gli altri che avevano violato le leggi della societ ricevevano le pi scrupolose attenzioni dopo morti, perch si riteneva pi probabile che da fantasmi avrebbero minacciato i viventi e non i loro simili pi innocenti. Erano pertanto sepolti in luoghi posti ai margini, che, non essendo ben definiti, erano in un certo senso separati dal mondo ordinato dei viventi. In Scandinavia, le tombe dei criminali erano spesso situate ai confini delle propriet in modo da intrappolarne gli spiriti in una specie di limbo territoriale. Anche le streghe e i suicidi erano interrati agli incroci, luoghi indeterminati per antonomasia. Eppure, nonostante gli sforzi dell'umanit per dare ai loro morti una sepoltura decente e l'eterno riposo - tenerli nel mondo dell'aldil e non rivederli mai pi - c'erano sempre persone come flervor che richiamavano i morti dalle tombe, nei paesi nordici specialmente, era costume consultare i morti qualora si volesse qualcosa di importante, non solo armi ma anche altri oggetti sepolti, come per esempio libri di magia. Gli spettri nordici, notoriamente crudeli e spietati, potevano poi essere invocati per uccidere un nemico e prendevano allora il nome di "mandato", perch venivano "inviati" a compiere un'azione che i viventi non potevano o volevano compiere. Un altro motivo comune per risvegliare i morti era il desiderio di sapere, una curiosit che mirava alla conoscenza di misteri e poteri. Dal momento che emergevano da un mondo discosto dallo scorrere naturale del tempo, si credeva che i fantasmi fossero in grado di rivelare i segreti di ogni epoca. Quelli che avessero osato chiamarli avrebbero potuto conoscere ci che era stato, che stava avvenendo o che sarebbe avvenuto in futuro ed era questo il principio che formava la negromanzia, una pratica antichissima, che letteralmente significa "divinazione tramite i morti".
Lo scrittore romano del primo secolo Lucano riport il racconto di un episodio di negromanzia nella sua opera "Benum Civite", che trattava della guerra fra Giulio Cesare e il suo generale ribelle Gnaeus Pompeius Magnius, Pompeo. Lucano racconta con riprovazione che il figlio di Pompeo, Sesto Pompeo, aveva cercato un consulto con i morti poco prima che lui e suo padre affrontassero Cesare a Farsalo in Tessaglia, nel 48 a.C. naturalmente avrebbe potuto consultare gli oracoli ma accadeva che spesso questi dessero risposte vaghe e fumose su questioni inerenti il futuro, mentre, scrive Lucano, "un uomo che osasse consultare i morti avrebbe meritato la verit". Il giovane Pompeo, in questo frangente, si fece aiutare da una strega chiamata Erichtho, che prepar in modo particolare la magia: si procur un cadavere fresco, che servisse da contenitore per il fantasma che avrebbe convocato, conferendogli il potere della parola; i vecchi cadaveri in avanzato stato di decomposizione non sarebbero stati utilizzabili; occorrevano polmoni forti e una bocca completa di lingua per produrre suoni chiari e comprensibili, nel pieno
della notte, racconta Lucano, Erichtho spalm sul cadavere un elisir di vita, i cui ingredienti meno rivoltanti erano la pelle mutata di un serpente e la schiuma di un cane rabbioso; poi, con le sue arti magiche, richiam il fantasma di un soldato -perch gli interessi di Sesto Pompeo risiedevano negli affari di guerra - ad animare il cadavere e rispondere ai quesiti di Pompeo.
Il risultato degli incantesimi della strega fu sorprendente. Lucano riporta che "il sangue gelido del cadavere si riscald e corse nelle ferite annerite attraverso ogni arteria, finch non raggiunse le dita delle mani e dei piedi. I polmoni ripresero a muoversi e nuova vita cominci a pulsare nel midollo delle ossa, cosicch ogni giuntura scricchiol, ogni muscolo si contrasse e poi, anzich sollevarsi gradatamente da terra, il corpo balz su all'improvviso e rimase eretto. La mascella ancora pendeva e gli occhi erano offuscati: il cadavere pareva pi quello di un moribondo che di un uomo riportato alla vita, perch rimaneva pallido e rigido e, in qualche modo, sembrava stupefatto del suo ritorno alla posizione verticale. Non poteva neppure proferire parola, perch l'incantesimo di Erichtho gli permetteva solo di rispondere alle domande, non di offrire spontaneamente delle informazioni". Sesto Pompeo voleva sapere l'esito dell'imminente battaglia di Farsalo; lo spettro accenn che non sarebbe stato favorevole alla sua fazione e poi aggiunse: "La vostra  una famiglia sfortunata, n l'Europa, n l'Asia, n l'Africa potranno darvi asilo. Ciascuno di voi sar sepolto in un continente diverso e tutti in paesi sui quali tuo padre ha trionfato. La verit  che nessuna altra parte del mondo sar pi sicura di Farsalo".
 E questo fu tutto. Poich si pensava che la morte non potesse facilmente reclamare qualcuno che fosse stato riportato in vita, Erichtho gli diede una seconda morte e lo ridusse in cenere. Per quanto riguardava Sesto Pompeo e la sua famiglia, il fantasma aveva avuto ragione nell'essere tetro; furono sconfitti a Farsalo da Giulio Cesare. Il vecchio Pompeo fugg in Egitto, di cui aveva un tempo conquistato parte dei territori e dove fu ucciso. Sesto Pompeo mor tempo dopo in Asia Minore e suo fratello maggiore in Spagna, terre che il padre aveva a suo tempo sottomesso.
Il racconto di Lucano acquist una notevole fama nel Medioevo e nel Rinascimento, quando la negromanzia sembrava affascinare molti, fra maghi e studiosi. Quanto questa macabra arte fosse praticata non  chiaro, ma vi si dedicava un'estrema attenzione, fino nei dettagli pi minuziosi, come descrivono molti manoscritti e trattati accademici del tempo. La teoria generale del rievocare i morti era semplice: colui che chiamava avrebbe scelto tempi e luoghi propizi al disordine, perch far tornare i morti alla vita era in s un atto di deliberata intromissione nelle leggi della natura. Mezzanotte era un'ora particolarmente adatta, posta a met tra un giorno e l'altro, un tempo indeterminato quando il disordine poteva prendere il sopravvento. Gli incroci erano luoghi propizi perch indefiniti, anche se spesso i fantasmi venivano richiamati dalla stessa tomba dove riposavano i loro corpi. Per cautelarsi, la persona che li chiamava doveva circondarsi di simboli di santit. Le istruzioni al riguardo potevano variare ma i princpi rimanevano gli stessi: si doveva tracciare
un cerchio sul pavimento o sul terreno, a volte il cerchio conteneva un quadrato o un pentagono. Il cerchio doveva contenere i nomi attribuiti a Dio: Dio Padre, Dio Figlio, Dio Spirito Santo, Jehovah, Cristo, Ges, Adonai, Dio degli di, Luce della Luce e cos via. Occorreva anche munirsi di una Bibbia, un crocifisso e una fiala di acqua santa. Protetta in questo modo, la persona doveva entrare nel cerchio - ora divenuto un luogo purificato e consacrato - e chiamare i morti. Essi avrebbero risposto ma fintanto che la persona fosse rimasta all'interno del cerchio, non avrebbero potuto fargli alcun male, perch non potevano attraversare uno spazio consacrato.
Terminate le domande, si dovevano licenziare i fantasmi ordinando loro, nel nome di Dio, di ritirarsi, o cos sostenevano i libri di magia. In ogni caso, il richiamare i morti era alquanto rischioso, indipendentemente da ogni tipo di precauzione, perch ogni strappo nel tessuto ordinato delle cose terrene forniva un accesso agli abitanti dell'oltretomba. Tuttavia erano in molti a farlo, non solo negromanti, ma anche alchimisti, medici e chiunque si avvalesse dei cadaveri per raggiungere una conoscenza pi profonda della natura. Il problema principale era procurarsi tale materia prima, e accadeva che, spesso, questi scienziati ante litteram si trovassero
in situazioni spinose, come dimostra la serie di eventi che ebbe luogo in un laboratorio di Parigi.
Diversi secoli fa, stando ai documenti conservati presso alcune societ filosofiche francesi, un alchimista e medico entr in possesso del corpo di un criminale giustiziato, per sezionarlo e procedere ai suoi esperimenti. Con l'aiuto di un suo apprendista, esegu la macabra procedura e cominci a disfarsi di tutte le parti anatomiche, tranne alcuni frammenti del cranio, che fece polverizzare dall'aiutante, per l'impiego in un preparato di cui si  persa la ricetta. Dopodich, dal momento che si era fatto tardi, il medico si avvi verso casa. L'aiutante, che fungeva anche, in cambio di vitto e alloggio, da guardiano notturno, rimase solo tra le ampolle e i crogioli che riempivano il laboratorio. Prepar la legna del fuoco per scaldarsi le mani e si sistem su uno sgabello, mettendosi al lavoro con mortaio e pestello; ben presto ridusse il cranio in polvere, la vers in un pezzo di carta, che lasci sul tavolo di lavoro. Infine, tir il suo sgabello accanto al fuoco e si addorment. Fu svegliato, verso la mezzanotte, da un suono indecifrabile: attese un poco, poi gett un'occhiata attorno. Del fuoco rimanevano
solo le ceneri, e la luce della luna entrava di sbieco dalla finestra, poi, nell'immobilit della stanza, il rumore si ud di nuovo, ancora pi forte, una specie di crepitio che proveniva dalla zona del tavolo di lavoro. L'apprendista and a controllare: il tavolo era sgombro, a eccezione del mortaio e del pacchettino che lui stesso aveva confezionato. L'occhio gli cadde proprio l: il pacchetto era aperto e la polverina al suo interno era finita negli angoli. Stupefatto, si chin per veder meglio. Nel mezzo della polvere c'era una minuscola testa umana i cui occhi scuri mandavano lampi minacciosi. Poi, proprio mentre stava l a guardare, vide spuntare, il disotto della testa, delle vertebre, poi delle costole, poi braccia e gambe. Quella cosa coperta di polvere ebbe uno spasmo e fece per alzarsi, aiutandosi con le mani e con i piedi, sgomentando il giovane pi di quanto fu poi in grado di esprimere, infine si lev in piedi. L'apprendista arretr lentamente verso la porta, tenendo gli occhi fissi sulla cosa davanti a lui: non c'erano dubbi che fosse il criminale il cui corpo era stato sezionato in quelle stesse stanze il giorno precedente. Era in ogni particolare l'immagine di quell'uomo, il ragazzo lo sapeva bene perch lui stesso aveva ritirato il cadavere dal palco del boia. L'unica differenza apparente e particolarmente rivoltante stava nelle sue dimensioni, che non erano pi grandi di quelle di una marionetta, come se il fantasma del criminale fosse rimasto rimpicciolito durante il processo di ricomposizione dell'intero corpo col materiale del solo minio. La cosa gli mostr il piccolo pugno e digrign i denti, poi strisci verso il bordo del tavolo, si lasci scivolare gi per la
gamba sul pavimento e si avvi, camminando sghembo, verso il ragazzo, soffiando imprecazioni incomprensibili con la sua vocetta acuta. Il giovane si fece piccolo per la paura, ma la minuscola creatura non gli fece alcun male, non lo sfior neppure. Gli pass accanto, sempre borbottando e bofonchiando tra s, spalanc la porta e spar nella notte. Sudato e tremante di paura, l'apprendista trascorse vegliando le ore che lo separavano dal giorno, non distogliendo mai lo sguardo dalla porta. Lo spettro del criminale non torn: aveva raccolto quello che aveva potuto delle sue spoglie mortali e si era ritirato verso la regione che lo aveva richiamato.
La morale era evidente, se ci fosse stato bisogno di ribadirla: interferire con i resti dei mortali poteva disturbare l'equilibrio tra questo mondo e l'oltretomba, con conseguenze imprevedibili. Anche la manomissione degli oggetti che venivano sepolti con il morto avrebbe potuto sollevare la collera degli spiriti, ma, da che gli uomini hanno imparato a seppellire i propri simili, il bottino che i furti nelle tombe poteva assicurare rappresentava una grossa tentazione e attirava la cupidigia di molti. Stando a documenti in alfabeto cuneiforme, redatti pi di tremila anni f, i predoni assiri saccheggiarono le tombe reali dell'antica civilt di Elam, "causando agitazione tra i loro fantasmi" (l'esatta natura di questa "agitazione" non fu riportata).
Anche le tombe dei faraoni furono regolarmente saccheggiate dei loro tesori favolosi e ben pochi dei tumuli funebri dei vichinghi riposarono tranquilli per l'eternit.
Persino le tombe della gente comune erano occasionalmente depredate dai pi ingordi e avventati. Un racconto ammonitore in questo senso ci viene dalle ventose isole Orkneys, al largo della costa settentrionale della Scozia. I pescatori che abitavano le isole erano gran lavoratori, gente povera, ma onesta e dignitosa. Era loro usanza aver cura che i morti venissero sepolti come si doveva, vestiti dei migliori abiti e calati in solide bare. Questa vicenda particolare riguarda una vecchia signora, di nome Baubie Skithawa. La donna viveva sola in una piccola casetta di pietra, scarsamente arredata ma tenuta sempre scrupolosamente pulita. Nessuno avrebbe avuto da ridire sul suo focolare, sempre accuratamente spazzato, o sulle sue belle pentole e padelle, appese a luccicare. Baubie teneva la sua biancheria in una cassapanca di legno, dentro la quale c'era anche il suo lenzuolo funebre, che aveva comprato a una fiera e che lei stessa aveva abbellito con bordi di chiaccherino ai lati e il ricamo in raso del suo nome in un angolo. Ormai la donna era debole e sentiva che si stava spegnendo; tuttavia, desiderava talmente che ogni cosa fosse a posto per il giorno della sua morte che fece venire la levatrice del villaggio per controllare i suoi abiti funebri. La levatrice disse che erano molto belli e le promise che le avrebbe fatto onore quando fosse giunta la sua ora. Poco dopo quella visita, Baubie effettivamente mor e, dal momento che non aveva parenti, la levatrice si occup di lei, aprendo le porte e le finestre della casa, facendo uscire il gatto e coprendo lo specchio. Poi, lav Baubie, la avvolse nell'immacolato lenzuolo funebre e la distese sul letto, usando tutte le premure che aveva promesso. Quando tutto fu pronto, la levatrice chiam a raccolta i vicini.
Gli uomini e le donne del villaggio
vegliarono, per due giorni e due notti Baubie Skithawa, seduti uno accanto all'altro nella casa, cantando, pregando e bevendo birra scura. Tra di loro c'era la locandiera di Bae, conosciuta col soprannome di Black Jock per i suoi modi bruschi e le sue pratiche, in odore di stregoneria. Durante la veglia, Black Jock aveva adocchiato il bel lenzuolo funebre e ne aveva esaminato i bei bordi delicati. " un vero peccato mettere un cos bel telo nella sporcizia". Nessuno rispose, anche se dalle loro espressioni era chiaro che non condividevano quell'uscita. A parte quello, nessun incidente disturb la veglia e il funerale, che avvennero dignitosamente. I vicini tornarono alle loro case e Baubie Skithawa fu lasciata sola nella tomba al cimitero. Non per molto per, come si venne in seguito a sapere. Quella stessa notte, la locandiera di Bae and al cimitero e dissotterr la bara della donna. Impieg ore di lavoro ma alla fine raggiunse la bara, da cui tir fuori il lenzuolo, lasciando la morta pateticamente nuda. Poi, riemp di nuovo la fossa e torn a casa sua, dove ripose il lenzuolo nel suo baule della biancheria.
La continuazione di questo racconto fu fatta da un uomo, di nome Andrew Moodie, un vicino di casa della locandiera. Verso sera del giorno successivo al furto, Moodie, che si trovava fuori per una commissione, si trov nel bel mezzo di un temporale, nei pressi del cimitero dove era sepolta Baubie. Cerc riparo sotto un albero, aspettando che spiovesse ma
appena rivolse lo sguardo verso la chiesa, fu travolto dalla paura. Sotto un cielo carico di nuvoloni neri, con la pioggia che scendeva torrenziale, il cimitero era spettralmente illuminato. Da ogni pietra tombale saliva tremolante e ondeggiante una colonna di fuoco, in cui si contorceva un fantasma. L'uomo riconobbe persino alcuni dei visi, e vide suo padre e sua madre fargli un cenno. Sulla tomba pi fresca Baubie Skithawa non danzava con i suoi vicini ma si rannicchiava penosamente, tentando di coprire la sua nudit. Tra tutti, lei sola era svestita e i suoi vicini, propensi a criticare anche da morti, se la indicavano l'un l'altro. Andrew Moodie aveva visto abbastanza. Voltando il viso per evitare di incontrare lo sguardo di un fantasma - cosa che avrebbe potuto fargli perdere i sensi - corse verso la prima casa che vide e picchi sulla porta.
Sent un rumore dall'interno, e, dopo una pausa quasi interminabile, la porta si apr in uno spiraglio. La locandiera di Bae, Black Jock stessa, spi fuori attentamente.
Barcollante dalla paura, l'uomo la supplic di farlo entrare. Esit per un momento, poi, con un mugugno, lo fece passare, e sprang la porta dietro di lei. L'uomo not che l'aveva chiusa col giogo di legni che si usava per portare i secchi d'acqua, e not anche che la donna aveva infilato dei punteruoli di metallo nel legno, una protezione contro gli spiriti maligni. La casa era buia e soffocante, il fuoco era spento e il buco del camino era tappato da stracci, come pure l'unica finestra e persino il piccolo pertugio sotto la grondaia che il gatto usava come porta. Il gatto era rannicchiato accanto al focolare spento, con le orecchie abbassate.
Moodie apr bocca per raccontare quello che gli era capitato ma la locandiera gli allung uno scappellotto e gli fece cenno di tacere. Pieg la testa, come per ascoltare e Moodie, innervosito, fece lo stesso. Sentiva il rumore del temporale, tuoni e scrosci di pioggia, poi, sotto a questi suoni, sent provenire una specie di balbettio piangente. Questo suono, un po' come il cinguettare degli storni, si faceva man mano sempre pi forte e vicino.
La porta scricchiol e fu tirata contro i cardini. Poi, gli stracci caddero dalla finestra, dal pertugio sotto la grondaia, dal buco del camino, e il vento e l'acqua spazzarono la casa. Moodie, preso dal panico, si volse verso la locandiera ma quella stava fissando il passaggio del gatto sotto la grondaia. Da l si protendeva un braccio grigio, emaciato, le dita ossute delle mani si muovevano a tentoni nell'aria, afferrando il nulla. La mano continu per un poco a cercare, mentre Moodie e la locandiera di Bae si erano appiattiti contro il muro pi lontano. Poi, il braccio si ritir.
La locandiera fece un lamento e, in quell'istante, Moodie vide una faccia alla finestra e delle mani aggrappate al davanzale. La bocca si apr in un ululato delirante, pi forte del tuono, pi forte della cacofonia di voci che vorticavano tutto intorno alla casa. "Freddo. Freddo. Freddo" urlava. "Locandiera, sono vestita di freddo". Baubie Skithawa era tornata a reclamare il suo lenzuolo funebre. Quella fu quasi l'ultima cosa che Moodie ricord - una visione di braccia brancolanti e urla assordanti. Alla luce tremolante dei lampi, intravide la locandiera che si dirigeva verso
il baule della biancheria, poi un bagliore bianco, infine perse i sensi.
Si risvegli alla luce del sole, destato dal canto del gallo, in una chiara, luminosa e tranquilla mattina. Alla porta erano ammucchiati i vicini, che bisbigliavano ansiosamente tra loro.
Accanto a lui, rigida dalla paralisi, giaceva la locandiera di Bae, circondata dalle macerie di quella che era stata la sua propriet. Quando finalmente Moodie fu tirato fuori dalla casa, vide che le mucche della donna erano morte nella stalla e che il giardino era distrutto.
Il cimitero, gi lungo il sentiero, era di una quiete sognante, l'erba era liscia, le tombe sbiancate di fresco. La tomba di Baubie Skithawa, ancora ricoperta di terra fresca, sembrava tranquilla, e tale rimase per sempre. La vecchia signora poteva ora riposare, avendo recuperato dai mortali ci che le apparteneva. L'interruzione del sonno di Baubie Skithawa era stata provocata da un'azione, che non solo era deliberata ma anche perfida.
All'estremo opposto, troviamo quegli appelli causati, sempre involontariamente, dal dolore dei viventi. Una dimostrazione del potere dell'amore folle fu data da una donna danese di nome Eliza, il cui marito era morto a pochi giorni dal loro matrimonio.
Il dolore della donna era stato immenso. Sedeva sola nella sua camera, notte dopo notte, nell'oscurit, perch disdegnava anche la luce delle candele.
Contemplava la distesa degli anni vuoti che aveva davanti a s e piangeva ininterrottamente.
Una notte, fu interrotta dal suono di un colpo alla finestra. Lei grid e la voce che le rispose era quella del marito;
immediatamente Eliza apr il catenaccio e spalanc la porta.e, scrutando con gli occhi pieni di lacrime nella sala carica di ombre, distinse la figura del marito. Era alto, come lo era stato in vita ma magro e pallido, con occhi infossati che la guardavano fissi. Portava sulla schiena la sua stessa bara; non disse nulla, ma quando Eliza indietreggi, lui scivol nella stanza. Le si inginocchi davanti e lei gli accarezz la testa, mentre le sue lacrime scendevano dalle gote a mischiarsi nei capelli del marito. Fu allora che lui finalmente parl: disse che erano state le sue lacrime a strapparlo dalla tomba. Le raccont delle sue lunghe ore passate li dentro, dove non poteva riposare, perch ogni volta che cadeva una lacrima, il sangue riempiva la sua bara. La supplic di smettere quel pianto e lasciarlo riposare in pace. Trascorsero la notte seduti quietamente l'uno accanto all'altra, e quando i primi raggi di luce apparvero nel cielo, il fantasma si alz e nuovamente si mise la bara sulle spalle. I fantasmi, disse, non possono camminare dopo l'alba.
Incapace di sopportare quella separazione, Eliza lo segu per la casa, nel giardino, e lungo il sentiero familiare verso il cimitero. Laggi, lo vide diventare ancora pi pallido, infilarsi nella bara, chiudersi all'interno e scivolare nella terra. La donna non pianse pi ma cadde in uno stato apatico, quasi di trance, come se il suo cuore fosse divenuto di ghiaccio, nell'arco di pochi giorni, mor e raggiunse il suo sposo. Il fantasma del marito di Eliza non avrebbe pi camminato, perch il
pianto che lo aveva destato era cessato. In generale, i fantasmi, sia che tornassero di loro volont, sia che fossero chiamati dai viventi, si ritiravano nel loro regno silenzioso appena la causa di ci che li aveva disturbati scompariva o lo squilibrio tra il mondo dei viventi e dei morti fosse riassestato, oppure un compito incompleto fosse ultimato. Per questa ragione, i fantasmi che si aggiravano perch avevano un peccato da confessare o un messaggio da trasmettere, sparivano non appena raggiungevano il loro scopo. Il fantasma di Dorothy Dinglet, per esempio, pot riposare solo dopo aver confessato un peccato al curato John Rudall. Allo stesso modo, i fantasmi dei bambini che erano morti senza battesimo potevano trovare la pace se gli fosse stato conferito il nome che non avevano avuto. In Gran Bretagna si credeva che le brave persone che avessero visto questi tristi spiritelli, ne avrebbero potuto alleviare il dolore, gettandogli dell'acqua e recitando la formula: "Io ti battezzo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo", chiamandoli poi Giovanni o Giovanna. A volte per questa procedura avveniva in modo assai meno ordinato.
Si diceva che, due secoli fa, il villaggio scozzese di
Whittinghame fosse frequentato dal fantasma di un bambino che era stato ucciso dalla madre, non faceva del male a nessuno ma lo si poteva vedere ogni notte, un tremolio bianco che correva senza posa di albero in albero nel cimitero. I suoi acuti lamenti funebri echeggiavano per tutto il villaggio, toccando chiunque li sentisse.
Nessuno per sarebbe mai andato al cimitero di notte, tantomeno si sarebbe sognato di rispondere alle grida disperate del fantasma. La gente di quei luoghi credeva che parlare a un fantasma avrebbe portato alla morte di chi lo avesse fatto. Tuttavia, una sera, un uomo del villaggio, piuttosto ubriaco, si stava trascinando a casa dalla taverna e vide la piccola creatura. Prese a scrutare oltre il muro del cimitero per osservarla meglio e poi, con barcollante bonomia disse: "Come stai, Short Hoggers?". Short Hoggers era una frase, nel dialetto locale, che letteralmente significava "stivaletti": era un'espressione affettuosa, impiegata nel rivolgersi ai bambini piccoli ma, chiaramente, era anche diventata il nome del piccolo fantasma. L'uomo sent la sua risata argentina e lo vide battere le mani; poi non lo vide pi, e come lui nessun altro al villaggio. Aveva avuto il suo nome e poteva riposare. Questi semplici sistemi per allontanare i fantasmi non sempre erano efficaci. Fantasmi animati dall'odio per i viventi dovevano essere allontanati con metodi molto pi drastici.
In quei casi, il coraggio e la forza di volont degli uomini si contrapponevano alla determinazione dei morti e si doveva far ricorso ai rituali dell'esorcismo. Nella campagna scandinava, questo rito era anticamente conosciuto come mane ned o "spingere gi". Per liberare un luogo dalla presenza di fantasmi intervenivano sacerdoti o saggi dotati di poteri particolari, che, con la forza della volont e degli incantesimi, potevano obbligare gli spettri a ritornare alla terra. Se la volont dell'esorcista era sufficientemente forte, il fantasma veniva allontanato dalle abitazioni e scacciato; nel caso di fantasmi particolarmente potenti, ci si doveva accontentare di scacciarli nello stesso luogo che frequentavano, il giardino della canonica, oppure la cantina di una casa.
Ottenuto questo primo risultato, i fantasmi, che allora avrebbero avuto oltre a quella spirituale anche una dimensione fisica, erano trattenuti trafiggendo loro il cuore con dei paletti.
Nell'ambito di societ pi complesse era la Chiesa che
provvedeva agli esorcismi, mediante un elaborato rituale comprendente esortazioni solenni, preghiere, la recita del credo e dei salmi, il tutto riportato con esattezza nelle appendici dei rituali di religione. I fantasmi erano considerati servi di Satana e di conseguenza i preti esorcisti si rivolgevano loro col nome di Satana: "Io ti esorto. Antico Serpente", recitava il prete, "nel nome del tuo Creatore e del Creatore del mondo, da colui che ha il potere di mandarti all'inferno. Sparisci immediatamente e con paura, tu e il tuo esercito di terrore!". Questa pratica era spesso efficace ma a volte gli esorcisti deviavano dalla forma prescritta. Poteva accadere che spettri particolarmente maligni non venissero ricacciati nelle tenebre; si utilizzava allora l'esorcismo per legarli alla terra e renderli innocui ai viventi. Un episodio del genere avvenne in Cornovaglia nel XVII secolo, in un luogo dove un fantasma era stato involontariamente richiamato dalla tomba. Il suo nome era Jan Tregeagle e, nonostante i racconti sul suo conto differiscano, pare fosse stato un magistrato nella cittadina di Trevorder, delle vicinanze dei terreni acquitrinosi e cosparsi di ciottoli della landa di Bodmin Moor. Tregeagle era l'ultima persona che chiunque avrebbe voluto richiamare in vita. Da vivo era stato un giudice tirannico e disonesto, facilmente corruttibile e un proprietario terriero spietato e rapace. Si mormorava anche che avesse sedotto e poi assassinato la sua stessa sorella e torturato la moglie e i figli a morte. Tuttavia, era enormemente ricco e molto astuto. In vita sua non fu mai perseguito dalla legge e, temendo la punizione dell'inferno dopo la morte, indusse i preti della sua parrocchia a seppellirlo in un luogo consacrato, un luogo decisamente inadatto per qualcuno cos fondamentalmente e squallidamente malvagio. Tregeagle mor e f sepolto e la gente nei villaggi confinanti con Bodmin Moor trasse un sospiro di sollievo. Ma il suo fantasma si lev dall'oltretomba, a causa delle parole sventate di un uomo. Alcuni mesi dopo la sua morte, sorse una disputa legale tra un usuraio e il suo debitore, poich entrambi avevano avuto a che fare, a loro danno, con Tregeagle. Il caso si trascin per settimane in un labirinto di squallidi dettagli, ma il fulcro del contenzioso, la questione del prestito dell'usuraio che non era stato ripagato, fu finalmente affrontato una mattina d'estate in un'aula del tribunale dove si tenevano le sedute di Bodmin. Faceva molto caldo e nell'aula l'aria era immobile. Gli avvocati sudavano nei loro panciotti e nelle lunghe calze di lana ed erano riusciti a ingarbugliare ancor di pi le cose. Il giudice, dagli occhi appannati per la noia, guardava fuori dalla finestra verso il prato verde e gli alberi frondosi, pensando alla brezza marina. Il debitore del caso rifiutava ostinatamente di ammettere, anche se sottoposto ai pi severi interrogatori, di aver mai avuto un contratto con l'usuraio o di aver mai chiesto denaro in prestito. L'avvocato dell'usuraio fece notare che c'era stato un testimone a quella transazione e che il testimone era Jan Tregeagle.
L'avvocato del debitore rispose che, poich l'uomo era morto, avrebbe avuto scarso peso nella questione. A quel punto, il debitore perse il controllo: spergiur ancora una volta di non aver chiesto denaro in prestito - una bugia, come si vide poi - e aggiunse un'invocazione della quale si sarebbe di li a poco amaramente pentito: "Se Tregeagle lo ha mai visto, su Dio vorrei che tornasse qui e lo dichiarasse!". Nell'istante di silenzio che segu quel proclama, il pavimento dell'aula parve spostarsi, poi la porta si spalanc per rivelare la figura di Jan Tregeagle, vestito in modo appropriato nei suoi abiti funebri, che erano la toga e le fasce del suo ufficio da magistrato. Il suo viso invece, era tutt'altro che appropriato: era scuro come la terra e corroso dalla decomposizione e i suoi occhi scuri e senza ciglia sbattevano follemente. Impose l'attenzione assoluta degli avvocati, dell'usuraio, del debitore e persino del giudice, che ritrasse lo sguardo dalla finestra e lo fiss a bocca aperta. Il messaggio del fantasma fu breve: "Lui deve quella somma" disse, indicando il debitore. Poi, si diresse senza alcun suono dal lato dove questi era seduto e gli sibil in un orecchio: "Scoprirai che sbarazzarti di me non sar facile quanto evocarmi".
Infatti, le cose andarono proprio cos. Il debitore pag l'usuraio ma divenne un uomo perseguitato. Quando saliva le scale per andare a dormire, sentiva dei fruscii nell'ombra; quando giaceva nel letto di notte, le cortine ondeggiavano ritmicamente, come se una mano stesse brancolando per trovare l'entrata. A volte, durante il giorno, intravedeva l'abito del magistrato, drappeggiato al suolo al margine di un banco in chiesa o tremolante da dietro una porta. Alcune volte era certo di aver visto lo stesso fantasma fargli cenno con la sua mano d'avorio.
Tregeagle lanciava continuamente occhiate nervose alle sue spalle e il debitore ne aveva capito la ragione: era inseguito da una banda di ombre nere ed informi e, una volta al di fuori del terreno consacrato, il fantasma non poteva difendersi dagli emissari demoniaci degli inferi. Dopo alcuni giorni di questa persecuzione, il debitore era disperato. Spettrale come il fantasma stesso, si rec in parrocchia, supplicando un aiuto. Al di l della spalla del prete, poteva vedere, mentre parlava, Tregeagle che si contorceva follemente. Per quanto a questo punto i racconti di quello che avvenne differiscono, occorre dire che i pi concordano nel fatto che il prete us i poteri del suo ufficio per esorcizzare il fantasma. Tuttavia, il sacerdote ebbe un'esitazione nel mandare Tregeagle nell'oscurit, e consegnare cos un'anima all'inferno. Decise piuttosto di legare il magistrato con una solenne promessa, inviandolo a compiere un lavoro interminabile in una localit ben distante dalle abitazioni della gente. Lo aveva mandato in un posto chiamato Dozmary Pool, una vasta e solitaria distesa d'acqua, circondata da giunchi e raramente visitata dagli abitanti della Cornovaglia. Il compito assegnatogli era svuotare lo stagno, che si riteneva fosse senza fondo. Si diceva che chi si fosse avventurato da quelle parti di notte avrebbe visto Tregeagle in riva allo stagno, una figura curva che raccoglieva incessantemente l'acqua con l'aiuto di una piccola conchiglia d'ostrica, proprio come gli aveva ordinato il prete. I venti spazzavano lo stagno, la pioggia vi batteva, il
ghiaccio lo ricopriva e doveva esser rotto e lo spettro era sempre e costantemente all'opera. Questa punizione continu per anni, cosicch il debitore e gli abitanti del villaggio conobbero un periodo di pace. Una notte per, si sent un tremendo ululato provenire dalla brughiera di Bodmin Moor; la notte successiva si era avvicinato e la terza notte si fece sentire per le vie della cittadina di Trevorder. Tregeagle, il diabolico cacciatore, lui stesso preda di demoni spaventosi, era tornato e non ci sarebbe stata requie per i viventi. Si chiam nuovamente il prete, che ancora una volta, equipaggiato di campana, libro e candela e per mezzo di solenni esortazioni e preghiere leg il fantasma.
Alcune versioni del racconto dicono che Tregeagle fu condannato
a far corde di sabbia in un luogo sulla costa settentrionale della Cornovaglia e che ogni notte si sentissero i suoi lamenti desolati, quando il vento e la marea cancellavano il suo lavoro. Altre, che era stato condannato a portare sacchi di sabbia attraverso uno stretto della costa a sud, ripulendo una spiaggia per crearne un'altra. Stando alla maggior parte dei racconti, il prete aveva mandato Tregeagle a Land's End e gli aveva imposto di trasportare la sabbia da Porth-curno Cove, attraverso un promontorio alto e roccioso, fino a Nanjisal Cove. Quell'impresa era resa davvero interminabile dall'estrema difficolt nell'attraversare le scogliere di granito, spazzate dal vento e dalle maree. Tregeagle e i suoi inseguitori demoniaci non minacciarono mai pi i viventi ma gli abitanti della Cornovaglia dicevano che il lamento del mare che si udiva a Land's End era il pianto di Jan Tregeagle e l'ululato delle tempeste del Nord Atlantico era l'espressione della sua furia. Chi avesse voluto sentire il rumore di un fantasma doveva andare sulle scogliere di Land's End, dove avrebbe potuto ascoltare Tregeagle che lamentava il suo triste destino. Tuttavia, col passare degli anni, quei lamenti si fecero sentire sempre meno e i racconti dei suoi misfatti e delle sue apparizioni sempre pi confusi, al punto che lo si confondeva con altri malfattori, cosicch il vero Tregeagle divenne pi difficile da decifrare. Infine, le immagini delle sue malefatte e delle sue sofferenze si assottigliarono, fino a divenire il fantasma del fantasma e la vera storia si ridusse a un fatterello con cui spaventare i bambini capricciosi. Lo stesso accadeva a molti altri fantasmi: il mondo si faceva sempre pi affollato di mortali distratti e i poteri dei morti cominciarono a vacillare. Gli spiriti che frequentavano le case le abbandonavano disperati, allontanati pi dalla disattenzione e dall'indifferenza che da ogni altra cosa. Nel XVIII secolo, un cortigiano francese chiese un giorno alla Marchesa du Deffand, la brillante donna di lettere, se credesse nei fantasmi e lei rispose: "Oh certo che no, per ne ho paura". Per quanto aderisse allo spirito razionale che pervadeva l'Illuminismo, la contessa non aveva dimenticato che ogni esistenza umana, anche la pi ordinata, non  altro che un breve viaggio dall'ignoto all'ignoto, un intervallo luminoso in una buia eternit popolata di orrori indicibili. Il suo atteggiamento sembra essere il pi sensato, in ogni epoca; faranno bene a ricordarsene, a rivolgere il pensiero alle tenebre eterne coloro che udranno passi nella notte, vedranno le tende muoversi senza che vi sia alcuna brezza, o le ombre prendere forma in qualche angolo polveroso accanto al letto.
 
In Danimarca, gli spettri che erano stati oggetto di esorcismi, sospinti nella terra e l inchiodati con un paletto conficcato nel cuore, non riposavano in pace. Giacevano nelle tenebre in attesa dell'occasione per liberarsi e per questo motivo le persone che si avventuravano nei prati e campi solitari erano avvertiti di non toccare alcun palo che non fosse contrassegnato. Spesso, gli incauti che toccavano il legno udivano una voce soffocata che chiedeva di esser liberata dal palo che la tratteneva, sussurrando: "Tu tira, che io spinger".

Omicidio per procura di un fantasma.
In Islanda, con le arti magiche si potevano materializzare i fantasmi da un osso umano. Queste creature venivano chiamate Sendings o "mandati" ed erano utilizzate per compiere omicidi, anche se non erano infallibili e potevano essere sconfitte. Un tempo era vissuta un'avvenente vedova, da molti richiesta in moglie, anche se la donna rifiutava tutti gli spasimanti, compreso uno che rimase ucciso nel corso di un esperimento di stregoneria. Dopo quella proposta e quell'avvenimento, la vedova, una donna previdente, si mise In guardia. I suoi timori trovarono infatti conferma un pomeriggio d'estate, quando, sola nella dispensa, stava preparando la cena per gli aiutanti della fattoria: nonostante tutto fosse immobile, a un certo punto, una specie di sesto senso l'aveva fatta girare verso la porta. Vide un'ombra, nera e incorporea come fumo, fatta eccezione per una macchia bianca nel mezzo, che scivol dalla porta attraverso la parete della dispensa e cap che si trattava del mandato dello stregone. Come le si avvicin, la donna lo colp con il coltello nell'unico punto vulnerabile, la macchia bianca. Infatti, istantaneamente, sia il coltello che il fantasma sparirono dalla vista. La mattina dopo, la donna rinvenne il coltello nel cortile, conficcato in un osso umano scheggiato. Il suo coraggio e la lama metallica avevano operato la magia e, da allora, nessuno la disturb pi.

 LA STORIA DI GLAM.

Nei tempi andati, le brulle montagne e i pascoli spogli e sassosi dell'Islanda erano abitati da terribili fantasmi, nemici giurati di ogni essere vivente. Venivano chiamati "gli accompagnatori della morte" ed erano in realt cadaveri viventi, orribili a vedersi ed estremamente pericolosi. Il periodo nel quale erano maggiormente attivi erano le lunghe notti d'inverno e, a volte, la loro presenza si rendeva talmente insopportabile che occorreva in qualche modo combatterla, come narra la storia di Glam.
Glam era un uomo dalla capigliatura simile alla pelliccia di un lupo e dai fermi occhi grigi che lavorava come pastore per un contadino di nome Thorhall, i cui pascoli si trovavano nel nord dell'isola. Era un tipo scontroso e violento di natura, perci la sua occupazione solitaria gli era congeniale. Una notte per fece una brutta fine: alla fattoria aveva litigato per questioni di poco conto, era montato su tutte le furie, si era allontanato a grandi passi nel mezzo di una bufera di neve e non era pi tornato. Il giorno successivo, dopo che la bufera si era placata, in una valle poco distante fu ritrovato il suo corpo, nero e gonfio, circondato da impronte insanguinate. I contadini mormorarono che aveva incontrato un accompagnatore della morte. Rabbrividendo nel vento gelido, ne ricoprirono il corpo con pietre, innalzarono un tumulo e poi arrancarono verso le loro case. Non si poteva dire che si rammaricavano per la scomparsa di Glam ma certo avrebbero avuto piet di chiunque fosse finito in quel modo. Alla sepoltura seguirono eventi preoccupanti: quella stessa notte, i cavalli di Thorhall si imbizzarrirono per la paura di qualcosa di invisibile e il giorno dopo furono trovati morti nella stalla, le loro ossa spezzate e la carne a brandelli. Dopo questo fatto, iniziarono gli ululati. Delle notti d'inverno, rochi lamenti risuonavano nella fattoria, dove Thorhall e la sua famiglia si ritiravano rannicchiati. Alcune
volte la trave del tetto si abbassava sopra di loro e si sentivano rimbombare dei passi pesanti; l'umidit colava dalle pareti traballanti della casa e si radunava in lugubri pozze sul pavimento. In altre notti, qualcosa raschiava e grattava alla porta e, di fuori, al chiaro di luna, un'ombra gigantesca camminava avanti e indietro in modo folle e disarticolato, scuotendo una massa di capelli da lupo. Fu allora che Thorhall si rese conto che i resti del corpo di Glam erano stati posseduti dallo spettro che l'aveva ucciso, lo stesso che stava assediando.
La luce del giorno garantiva alla famiglia una certa tranquillit ma i giorni d'inverno sono brevi nelle terre del Nord e Glam ritornava non appena cadevano le tenebre. Quell'essere non si contentava di assalire la casa e di stare in agguato all'esterno: era arrivato al punto di ammazzare chiunque si trovasse nei pascoli o nei fabbricati intorno alla fattoria. Sconfitto, Thorhall fugg con la famiglia, lasciando a Glam la casa. Arriv l'estate, con le sue lunghe notti illuminate e l'abitazione torn tranquilla, cosicch Thorhall pot ritornare ma non per molto, perch presto i giorni si accorciarono e con essi cresceva il potere di Glam. Le voci di queste apparizioni giunsero all'orecchio di un campione di nome Grettir il Forte, che si rec alla fattoria per sfidare il fantasma di Glam. Una notte, Grettir lo aspett da solo nella sala, nascosto nelle pieghe di un mantello di pelliccia. Le ore passarono tranquille, poi, all'improvviso, senza neppure lo stormire del vento a fendere il silenzio, un'ombra si insinu nella stanza, seguita da una faccia livida che si muoveva a tentoni, annusando sangue fresco. Grettir non si mosse. La cosa che aveva visto nella sala aveva le sembianze di un uomo ma odorava di carne putrefatta e camminava in modo strano e goffo, come se non fosse abituata al modo umano di muoversi. Ci nonostante si diresse senza fallo verso il mantello di pelliccia, che
afferr con le grandi mani. Grettir punt i piedi sul pavimento ma Glam tir ancora, con tale forza che il mantello e l'uomo saltarono s, andando a sbattere contro il suo corpo massiccio. Il mantello scivol via, rivelando la sagoma di Grettir, === che si liber dalla presa del fantasma e prese ad accerchiarlo, cercando una breccia, mentre la testa del fantasma ondeggiava, seguendo ogni suo movimento. Poi entrambi balzarono in avanti allo stesso momento, gettando tutte le forze contro l'avversario.
Grettir era un magnifico lottatore, cos sicuro della propria forza che, anche in quella battaglia mortale, aveva tenuto il coltello infilato nella guaina; lottarono in silenzio, rotto solo dal respiro affannoso di Grettir e dai tonfi e scricchiolii prodotti dall'urto dei corpi contro le pareti e i pilastri della casa. Glam cercava di dirigersi verso la porta: la sua forza sarebbe cresciuta nella fredda aria notturna, mentre ogni movimento di Grettir mirava a mantenere la lotta all'interno della casa, nel regno dei viventi. Rotolarono su e gi finch sembr che Glam avesse la meglio.
Lentamente, riusc a sospingere Grettir verso la porta, dove troneggi massiccio, al confine col suo mondo, la schiena rivolta all'esterno e le mani infaticabili che attiravano Grettir in un abbraccio. Quest'ultimo resistette come un pilastro, i piedi piantati contro la pietra dell'ingresso e le mani che si reggevano all'intelaiatura della porta. I due combattenti rimasero cos per qualche momento, mentre la forza del mortale si affievoliva e quella del fantasma cresceva.
Grettir tent allora una mossa disperata: lasci di colpo la presa e si lanci tra le braccia tese dell'avversario, che perse l'equilibrio e cadde all'indietro. Grettir si sollev immediatamente, ma quella creatura rimaneva a terra, lunga distesa, e i suoi occhi vuoti e bianchi fissavano la luna. La
vista di quegli occhi sembr risucchiare tutta la forza di Grettir, che rimase impotente, incapace persino di sguainare il coltello. Il fantasma era stato sconfitto dalla caduta, causata dalla forza dell'uomo. Si sollev a sedere nel vano della porta e parl con voce dura e meccanica, dicendo che Grettir sarebbe stato solo per il resto della sua vita e che avrebbe per sempre guardato con gli occhi di Glam. Grettir voleva fermare quella voce e colp: il suo coltello scintill alla luce della luna e apr uno squarcio nella gola bianca del fantasma, poi, afferratone il collo coriaceo grid alla volta di Thorhall, che venne fuori dal nascondiglio da cui aveva seguito la lotta. Thorhall rimase a guardare mentre Grettir tagli la testa al fantasma. Insieme, gli uomini bruciarono il cadavere, e, quando fu ridotto in cenere e anche l'ultimo filo di acrido fumo disperso, ne seppellirono i frammenti in un posto dove n uomo n belva avrebbe voluto avventurarsi. Glam non torn mai pi a tormentare Thorhall.
Quanto a Grettir, se ne and, con gli infiniti ringraziamenti del contadino: non era pi lo stesso, perch, come aveva predetto il fantasma, qualcosa di lui gli rimase addosso. Divenne irritabile e scontroso e prese a lottare con altri uomini, a sfuggirne la compagnia. In breve, divenne impaziente e collerico come era stato Glam nella sua vita da pastore. E tuttavia, Grettir temeva la solitudine, perch vedeva molto pi di quanto vedessero gli altri, particolarmente nelle tenebre e le cose che vedeva erano orrendi fantasmi deliranti che lo circondavano, che si protendevano verso di lui. Vedeva, come la gente disse, con gli occhi di un fantasma. Divenne incapace di vivere con chiunque, era terrorizzato dal buio e fin col passare i pochi anni che gli rimanevano in miseria, morendo disprezzato. Il fantasma aveva infine trionfato.
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FINE.
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Ringraziamenti.
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Si ringrazia in modo particolare John Dorst, consulente, per il suo prezioso aiuto nella preparazione di questo volume; si ringraziano inoltre, anche le seguenti persone e istituzioni: Lucio Anzalone, Roma; Francois Avril, curatore, Dpartement des Manuscrits, Bibliothque Nationale, Parigi; Franoise Belin, Muse des Beaux-Arts, Mantes; Elena Bradunas, American Folklife Center, Library of Congress, Washington, D.C-
Ann Kuhns Corson, Alexandria, Virginia; Genevive Deblock, Bibliothque Nationale Suprieure des Beaux-Arts, Parigi; Clark Evans, Rare Books and Special Collections Division, Library of Congress, Washington, D.C; Marielise Gpel, Archiv fur Kunst und Geschichte, Berlino; Gustav Henningsen, archivista, Danish Folklore Archives, Copenhagen; Christine Hoffmann, Bayerische Staatsgemaldesammlungen,
Monaco; Heidi Klein, Bildarchiv Preussischer Kulturbesitz, Berlino; Kunthistorisches Institut, Universitt, Bonn; B.W. Robinson, Londra; Justin Schiller, New York City; Robert Shields, Rare Book and Special Collections Division, Library of Congress, Washington, D.C; Claude Souviron, curatore, Musee des Beaux-Arts, Nantes; A.H. Wesencraft, Harry Price Collection, University of London Library.
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FINE.